DISCIPLINE ARTI CIRCENSI
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| giovedì 01 marzo 2007 | |
SaltimbanchiDefinizione in uso dal ‘500, che deriva da “saltare sul banco”, attribuita agli artisti che si esibiscono in fiere e mercati. La dizione riguarda in particolar modo gli artisti di strada che fanno uso di abilità acrobatiche ed in genere di virtuosismi del corpo. Per estensione viene però conferita a tutti coloro che si guadagnano da vivere esibendosi nelle piazze, soprattutto in occasione di fiere e mercati. Quindi, oltre a specialisti delle tradizionali discipline circensi, anche a praticanti il teatro di figura (marionettisti, ombre cinesi) e altri generi caratteristici della piazza, come i digiunatori, i ciarlatani (venditori di unguenti “miracolosi”), i cantastorie, e coloro che esibiscono fenomeni. I saltimbanchi, che raccolgono gli oboli offerti dagli occasionali spettatori, vivono il loro periodo d’oro nelle grandi fiere inglesi e francesi del XVIII secolo, per poi scomparire pian piano nel periodo della società industriale. In questo secolo, dal punto di vista dell'esistenza condotta e della qualità delle esibizioni, il francese George Strehly, uno dei primi storici del circo, nel suo L’Acrobatie e les acrobats (1903), distingue gli artisti in tre classi: i saltimbanchi, che si esibiscono nelle piazze e nei mercati e sono considerati il proletariato del circo; gli artisti legati ad un complesso itinerante, che possono godere di buone paghe e di condizioni di vita decenti; gli artisti indipendenti, che si esibiscono sulle scene dei music-hall o nei grandi circhi stabili delle più importanti capitali. Ma la qualità delle esibizioni dei saltimbanchi aumenta decisamente negli anni ‘60, quando viene avviata una commistione fra uomini di teatro desiderosi di innovazioni e artisti di piazza detentori di tecniche segrete di antiche discipline. In questo senso dalla tradizione dei saltimbanchi deriva in pratica tutto il moderno teatro di strada. Acrobazia L’acrobazia è fra le più antiche discipline del corpo. La parola acrobata deriva dal greco “acros”, estremità, e “bate”, camminare; all’incirca significa quindi “camminare sulle punte”. Come molti termini dello spettacolo popolare, anche questo ha avuto nel tempo diverse accezioni fino ad abbracciare in pratica ogni tipo di virtuosismo fisico, ma fra le discipline circensi di questo secolo, il termine acrobazia si riferisce di norma a generi che comprendono l’abilità di compiere dei salti mortali (in un repertorio alquanto vario). Al principio del ‘900 la disciplina riceve nuova linfa vitale da tecniche ed attrezzi provenienti dalle palestre di ginnastica, oltre che da palestranti che decidono di intraprendere la carriera di artisti. Si distinguono numerosissimi generi. Fra i più classici vi è quello dell’“acrobatica a terra”, composto di solito da una formazione di tre o più artisti di sesso prevalentemente maschile, il numero riunisce in effetti tre discipline di base: verticalismo, salti a terra e salti in “banchina” (cioè realizzati utilizzando le braccia incrociate di due artisti come strumento di propulsione). Dagli anni ‘50 ai primi ‘90 le migliori troupe sono italiane, tanto da far appellare la disciplina “acrobatica all’italiana”. Lo stile è essenziale, accattivante, elegante. Il livello tecnico altissimo. Fra i nomi più noti: Frediani, Medini, Sali, Niemen, Macaggi, Nicolodi, Zoppis. Poi la vena italiana sembra inaridirsi ed emergono le scuole russe e cinesi, con una estetizzazione che si basa più sull’organicità dell’esibizione che sul carisma dei singoli. Basato essenzialmente sui salti a terra è anche lo charivari eseguito dalle intere compagnie dei circhi a conduzione famigliare fino agli anni ‘50. Buoni saltatori sono stati gli italiani Gerardi, Rossetti, Zamperla, Zoppé, oltre a Paolo Orfei ed Italo Togni. Una variante del numero è quella presentata con successo per tutto il secolo da numerose benché anonime troupe del nord Africa, composta soprattutto da salti a terra e piramidi eseguiti in maniera folcloristica. Altra tipologia acrobatica folcloristica affermata e diffusa nel ‘900 è quella dei salti alla bascula (una variante meno diffusa è l’“altalena russa”), un attrezzo che permette una forte propulsione verso l’alto e di conseguenza dei salti spericolati. La bascula sembra provenire dalla Corea del Nord, ma si è diffusa soprattutto grazie alle presentazioni delle grandi troupe dell’Europa dell’Est (fra le quali Hortobagy, Mezetti, Faludis, Parvanovi, Romanovi, Cretzu, Balkanski). Fra gli italiani negli anni ‘50 si distinguono i Bello e gli Huesca. La bascula combinata all’equilibrismo può essere utilizzata anche da formazioni ristrette a tre o addirittura due persone (gli Istvan). Altra tipologia molto spettacolare è quella della “stanga russa”, nella quale due artisti tengono orizzontalmente una lunga asta con la quale proiettano verso l’alto un terzo che ricade in equilibrio sulla stessa. Anche in questa disciplina si sono distinti soprattutto artisti dell’est. In Polonia la composizione della stanga è stata addirittura studiata dall’atleta Wladyslaw Kozakiewicz, Oro alle olimpiadi di Mosca del 1980 nel salto con l’asta. Discipline direttamente provenienti dalla ginnastica sono quella delle sbarre parallele e del trampolino elastico. Quest’ultima è stata portata ad alti livelli anche da artisti messicani (i Murillo) e italiani (i Canestrelli). Spesso l’attrezzo è stato utilizzato in maniera comica (Ray Dondy). Altra disciplina acrobatica è quella detta dei “giochi icariani”: un componente steso sul dorso getta con i piedi e riafferra sugli stessi i propri partner. Questo genere è nato alla metà del secolo scorso, quando Richard Risley Carlisle, esperto antipodista (giocoliere con i piedi) ebbe l’idea di gettare in aria con i piedi i figli invece che degli oggetti. All’inizio del secolo si sono distinte alcune troupe numerose come gli Schaeffer o i Kremo. Più recentemente sono emerse le formazioni a due della scuola spagnola (soprattutto i Rios), russa e nordafricana, mentre è in atto un recupero della disciplina all’Accademia del Circo italiana. Nel ‘900 la modalità di messa in scena dei numeri acrobatici è varia almeno quanto i generi esistenti. Si distinguono tre fasi. Nei primi anni del secolo le esibizioni sono delle dimostrazioni quasi ginniche degli esercizi con costumi che si limitano a mettere in risalto le forme atletiche degli artisti. In seguito assume maggiore importanza la messa in scena con molto rilievo ai costumi, alla musica e all’ambientazione del numero. In questo periodo vi è quasi una dicotomia fra le presentazioni folcloristiche delle troupe dei paesi dell’est (ma anche orientali e nordafricani) e quelle eleganti, quasi da “rivista”, degli artisti occidentali. La terza fase è quella del “nuovo circo”, ispirata al movimento della New Age, che ha nel Cirque du Soleil un importante punto di riferimento, e focalizza la sua estetica sul virtuosismo dell’uomo in armonia con musica, luci e costumi, in una commistione sempre più accentuata con le discipline del mimo e della danza. Tale moderna tendenza ha finito per influenzare lo stile francese e persino quello russo e cinese. Charivari Termine d’origine francese che designa un numero composto da salti mortali e da piccoli piramidi umane che apre o chiude lo spettacolo dei circhi, delle arene e delle compagnie ginnico-acrobatiche-equestri dall’inizio del secolo sino agli anni ‘60, quando si diffondono piuttosto le sfarzose parate ispirate dalle riviste o dai primi varietà televisivi. Lo charivari è eseguito da artisti che hanno poi ruoli più centrali nel corso dello spettacolo. Grande importanza ha quindi la figura del generico (che scompare contemporaneamente allo charivari) che incarna l’artista dotato di sapere enciclopedico di teniche del corpo. Fra i grandi saltatori che animano gli charivari dei complessi italiani ricordiamo Ugo Bogino, i Rossetti, Luigi Gerardi ed Eugenio Larible. Contorsionismo Antica specialità dello spettacolo popolare basata sulla dislocazione corporea, apparentemente di origine orientale ma assai diffusa in occidente già tra i saltimbanchi di fiere e mercati del medioevo. All’inizio del secolo è Walter Marinelli a portare in auge la specialità esibendosi come uomoserpente, con un costume squamato, in innaturali posture del corpo. Il contorsionismo si presta poi a numerose interpretazioni (comica, satanica, od orientaleggiante) fino ad arrivare agli anni ‘60, quando diventa quasi esclusiva prerogativa del sesso femminile e si afferma lo stile elegante lanciato dalla portoghese Fatima Zohra che esegue il suo numero in sfarzosi costumi da rivista ed è per altro ingaggiata dai maggiori spettacoli di quegli anni (dal Lido di Parigi alle grandi produzioni di Las Vegas). Questo stile rimane imperante sino ai primissimi anni ‘80, quando avviene la riscoperta delle artisti cinesi e del loro altissimo livello tecnico. Suscita scalpore l’esibizione della quindicenne Li Liping, premiata con il Clown d’Oro al Festival di Montecarlo nel 1983. Le asiatiche sembrano essere maggiormente predisposte alla disciplina per la loro particolare composizione anatomica, in parte diversa dal tipo occidentale, che gli permette di piegare il corpo sino all’inverosimile. Ma secondo l’opinione di molti, il livello eccelso raggiunto da queste artiste, per lo più giovanissime, è dovuto al severissimo metodo di training adottato. Più recente la rivelazione della scuola mongola, altrettanto valida dal punto di vista tecnico di quella cinese, ma più attenta e veloce nell’accogliere le moderne tendenze di commistione con la danza ed una maggiore ricercatezza nello studio dell’esibizione. Tale estetica è isirata soprattutto dal numero delle quattro contorsioniste di Nouvelle Experience, del Cirque du Soleil. Funambolismo Il termine deriva dal latino “funis ambulare”, cioè camminare sulle funi. Il funambolismo. è una delle discipline più antiche dello spettacolo popolare. Nel ‘900 è in realtà sotto stimata rispetto ai due secoli precedenti che avevano visto artisti del calibro di Madame Saqui e Blondin suscitare un vasto interesse. La prima esibendosi nel celebre Theatre de Funamboles ed il secondo effettuando memorabili traversate a grande altezza (fra le quali quella delle cascate del niagara). Nel nostro secolo il funambolismo viene praticato comunque in circhi, teatri di varietà e manifestazioni all’aperto ed esprime tre principali tipologie: il filferrista, specializzato in evoluzioni su funi assai tese e sistemate ad un’altezza dai due ai cinque metri; il funambolo a grande altezza, dedito a pericolose figure composte da più persone e a grandi traversate all’aperto; l’artista al filo mollo, che esegue evoluzioni su di una fune non del tutto tesa, ma oscillante, ad un’altezza di solito inferiore ai tre metri, spesso in chiave comica. Nel filferrismo d’inizio secolo si distinguono artisti poliedrici come i Reverhos, capaci di eseguire sulla fune esercizi di verticalismo e giocoleria con memorabile grazia, ma è soprattutto l’australiano Con Colleano negli anni ‘20 e ‘30 ad apportare alla disciplina nuove tecniche e nuovo approccio creativo con uno stile basato sull’eleganza e la velocità. Nonostante il buon livello raggiunto da alcuni artisti degli anni ‘90 (tra i quali Joseph Bouglione), dopo Colleano la disciplina non è soggetta a notevoli variazioni, salvo per la versione femminile della ballerina sul filo, tutta grazia ed eleganza, anziché ritmo e temperamento. Interessante lo sviluppo avuto invece dal funambolismo a grande altezza, passato dalle spericolate piramidi delle grandi troupe degli anni ‘50 (soprattutto i Wallenda), al genere misto delle troupe sudamericane degli anni ‘90 (come i Quiros) , le quali, ad altezze considerevoli, eseguono anche passaggi normalmente riservati ai filferristi. Fino alla creatività delle grandi troupe russe che, nel rispetto del trend estetico del loro paese, presentano vere e proprie pantomime aeree a volte anche troppo sofisticate (Troupe Abakarowa Aishada e soprattutto Valjanski con La leggenda di Prometeo). La specialità del filo mollo resta frequentata soprattutto da giocolieri e da artisti orientali, i quali riescono ad apportare notevoli migliorie sul piano del virtuosismo tecnico. Nonostante l’età d’oro del funambolismo sia da considerarsi fra ‘700 e ‘800, anche nel nostro secolo intellettuali e uomini di cultura vi s appassionano. Fra questi Jean Genet, autore fra l’altro di uno scritto, Lefunambule, dedicato ad un suo amante algerino votato a tale disciplina. Giocoliere Sebbene il termine derivi da “giullare”, oggi designa l’artista impegnato in un genere perfettamente definito delle tecniche circensi, riferito in particolare all’abilità di lanciare e riafferrare oggetti di vario tipo e di varie dimensioni. La giocoleria è fra le discipline circensi che richiedono più costanza e perseveranza. I progressi sono in genere lenti e frutto di grande sacrificio e gli artisti dediti ad essa devono continuamente sottoporsi a prove ed allenamenti estenuanti dal punto di vista non solo corporeo ma anche mentale. Nel proprio specifico campo è la specialità più suscettibile di variazioni. I giocolieri spesso cambiano i tipi di oggetti che giocolano, il numero di essi, il modo di presentarsi in pubblico e così via, creando una quantità praticamente illimitata di sotto generi (fra i quali la giocoleria con i piedi detta “antipodismo”). La giocoleria è una delle prime tecniche dello spettacolo del corpo, tanto che il reperto più antico pare essere quello dei graffiti rinvenuti in Egitto nella tomba di Ben Hassani, datati attorno al 2.040 a.C. Nel nostro secolo la disciplina ha avuto degli sviluppi importanti. Fino alla seconda guerra mondiale, nei circuiti dei teatri di varietà i giocoleria affinano le loro esibizioni presentando non più dei normali numeri ma dei piccoli atti unici nei quali rappresentano anche dei personaggi. Questo dà loro la possibilità di cambiare più volte l’esibizione nel corso della carriera, inventando delle ossature diverse nelle quali inserire gli stessi salti mortali e le stesse giocolerie. Appaiono i giocolieri “patriottici”, in uniformi militari (fra i quali Paul Conchas); gli “eleganti”, in abiti da sera (Cinquevalli, Kara, Spadoni); persino quelli “da ristorante”, con scenografie ed attrezzi chiaramente ispirati a quelli di una sala da pranzo (come i Perezoff). Poi, per rappresentare quelle attività ludiche ormai parte della vita quotidiana, nascono gli “sportivi”. Tutte le catalogazioni possibili non sarebbero comunque sufficienti a descrivere tutte le tipologie e l’enorme intreccio di famiglie, di troupes, di artisti istruiti da un loro predecessore e a loro volta maestri di altri, che affollano le piste dei circhi e soprattutto le scene dei teatri di varietà nel periodo d’oro della disciplina. Una grande inversione di tendenza avviene con il più importante giocoliere del secolo, Enrico Rastelli il quale, attorno agli anni venti, toglie alla giocoleria la caratteristica di piccolo atto unico per restituirle invece l’ingenuità di un’esibizione astratta, senza simboli, al di là e al di sopra d’ogni possibile interpretazione. Se la cultura italiana avesse adeguatamente valorizzato l’arte circense, Rastelli occuperebbe probabilmente un posto nella storia dello spettacolo italiano fra Scarpetta e Petrolini. Il circo, che fornisce tanti stimoli agli esponenti della seconda generazione della regia teatrale, porta chiari segni della sua arte, soprattutto nell’accezione del ritmo e della sveltezza. Oggi sembra normale che un giocoliere usi certi attrezzi ed abbia uno stile improntato soprattutto sulla velocità, ma ciò è dovuto alla rivoluzione della disciplina avviata da Rastelli. Durante i suoi ultimi anni di vita la sua fama origina numerosi emuli che cercano di imporsi utilizzando il suo stile o le sue tecniche. Fra gli italiani si ricordano: Massimiliano Truzzi e Paolo Bedini. Anche nel secondo dopoguerra la maniera dominante rimane quella impostata dal grande artista italiano. Attrezzi imperanti di questo periodo sono le clave, che avevano sostituito i bastoni, le palle di diverse dimensioni ed i cerchi; lo stile rimane quello rapido ed essenziale dell’italiano. Sui detriti delle sue tecniche lavorano Angelo Piccinelli, Eduardo Raspini, Alberto Sforzi e Gilberto Zavatta. In seguito la tipologia si distingue in diversi stili: quello sudamericano tutto velocità e temperamento (iniziato da Rudy Cardenas, proseguito, fra gli altri, dagli Alegria e gli Alvarez); quello russo: tecnica e ricerca dell’organicità (dagli istruttori Violetta Kiss e Nikolai Ernestowitsch Baumann, all’allievo Sergei Ignatov, fino al giovanissimo Nikolai Gerassimov); quello minimalista inaugurato dai Kremo, con numerosi emuli; quello orientale della pura ricerca della perfezione (i fratelli Jianping, Jianhua e Jianwen Qian). Ultimo virtuoso della giocoleria tecnica è il giovane americano Anthony Gatto capace di esercizi da guinness ma dotato di poca eleganza nella presentazione. Negli anni ‘70. collegato al fenomeno del Nuovo Circo, nasce il trend americano dei “Fantasy Jugglers”. Il giocoliere torna in strada e all’aria aperta per ritrovare freschezza e spontaneità nel contatto con il pubblico. Interpreti più rappresentativi sono i Karamazov Bros, i Bay City Red, i Passing Fancys, i Wimbledon Bros e gli Airjazz. Grand fama la conquista Philip Petit. Da segnalare gli americani Paul Binder e Michael Christensen, poi fondatori del Big Apple Circus. Ma più di tutti dona una nuova impronta alla disciplina il fantasy juggler americano Michael Moschen che, traendo spunto dai più moderni aspetti del mimo e della danza contemporanea, presenta accattivanti giocolerie con il fuoco ed ipnotiche combinazioni con tre piccole sfere di cristallo. L’uso di elementi naturali come il fuoco o perfetti come le palle traslucide, dona in qualche maniera al numero di Moschen una qualche connotazione metafisica. Equilibrismo Vasto genere dell’arte circense comprendente le discipline che implicano l’abilità di tenere in equilibrio degli oggetti di vario tipo o quella di tenere in equilibrio il proprio corpo in maniera anomala o su basi instabili. Nella prima tipologia, presentata a volte in commistione con la giocoleria, rientrano il tenere in equilibrio pile di bicchieri, di sedie e di altre varietà di oggetti. Nella seconda tipologia, più ampia, la disciplina principe è il verticalismo, ovvero l’equilibrio sulle mani, che conosce grande successo in tutto il secolo anche per la sua essenzialità, portata all’estremo quando gli artisti si esibiscono senza l’ausilio di nessun attrezzo, su di una piccola piattaforma. Oltre alle doti di equilibrio, per emergere nella disciplina, è indispensabile una notevole forza fisica. Sono molto apprezzati i numeri di verticalismo a due o più persone che permettono figure maggiormente spettacolari e a volte l’innesto di componenti acrobatiche. Fra i primi artisti a distinguersi nella specialità come solista è Severus Schaeffer, capace di mostrare un repertorio vastissimo di equilibri su una mano con il corpo in diverse posture. Negli anni ‘40 diventa celebre Unus con la sua verticale su di un solo dito (anche se “truccata”). In seguito emergono gli italiani Gino Donati, equilibrista tenore, capace di cantare arie d’opera in verticale su di una mano sopra un pianoforte a coda. Poi i fratelli Ajuanito e Ajuamado Merzari che arricchiscono il repertorio della specialità con l’utilizzo di attrezzi come trampoli. Molto importante la scuola iberica che, dagli anni ‘70 dà alla disciplina numerosi validi artisti (Chen, Lorador, Reyes, Segura). Negli anni ‘90 si afferma la scuola russa con grande tecnica ed attenzione alla messa in scena. Massimo esponente è Oleg Izossimov che, in costume da ballerino del Bolshoj, esegue tecniche di equilibrio su di una mano di altissima difficoltà accompagnato dalle note di una romanza di Pavarotti. Il buon nome della scuola italiana è tenuto alto dagli statuari fratelli Pellegrini, capaci di difficilissimi ed inedite figure a quattro. Nella tipologia degli equilibri del corpo su basi instabili possiamo enumerare gli esercizi svolti sul rullo, detto rolarola o sulle sfere. Entrambi derivano dall’antico gioco dell’equilibrio sulle botti e sono diffusi in pratica in tutto il mondo. C’è poi la spettacolarizzazione di equilibri su biciclette, che sembra essere una trovata italiana. E’ Alberto Scuri a proporli per la prima volta nel 1881 ed è la troupe di Ugo Ancillotti ad affermare la disciplina a cavallo dei due secoli. Nel secondo dopoguerra emergono l’eccentrico Joe Jackson, le New Dollys e l’orientale Lilli Yokoi, con la sua bicicletta d’oro a 24 carati. La tradizione italiana è continuata fino ai nostri giorni con i Bogino ed i Biasini. Equilibri su pattini a rotelle sono stati mostrati per la prima volta da Harry French per poi diffondersi nelle piste dei circhi di tutto il mondo e nei teatri di varietà. Di recente si sono distinti gli inglesi Skating Wheelers e gli italiani Giurintano. Altro genere è quello della “scala libera”, ovvero priva di punti d’appoggio, sulla quale vengono svolti esercizi di vario genere. A volte il tenere in equilibrio e il mantenersi in equilibrio si fondano in discipline come le piramidi umane (le antiche “Forze d’Ercole” veneziane), dove l’artista che regge il peso viene chiamato porteur o forte, quelli di mezzo “secondi”, e quello in cima agile. O nella disciplina della pertica, dove un artista tiene in equilibrio una lunga asta sulla cui estremità un altro presenta varie figure. Trapezio Disciplina aerea del circo e del varietà nella quale si fa uso di un attrezzo formato da una corta asta legata alle estremità a due funi appese al soffitto. Si divide prevalentemente in due generi: il trapezio solo e il trapezio volante. In quest’ultimo vi è una lunga struttura aerea sulla quale sono posizionate una piattaforma (“panchina”) dove sostano gli “agili”, un trapezio utilizzato dagli stessi ed un altro riservato al “catcher” (o “porteur”) per agganciarsi con le gambe a testa in giù, pronto ad afferrare i compagni dopo che hann eseguito salti mortali di vario genere. Tale struttura fu ideata, in embrione, dal celebre Jules Leotard alla metà del secolo scorso e perfezionata dai Rizelli. Nel ‘900 la formazione è di solito di tre-cinque artisti ambisesso, con catcher maschile. Le prime troupe ad acquistare una certa notorietà sono francesi (Rainat, Barret-Zemganno), ma è negli anni venti con i messicani Codona che la disciplina acquista una notorietà internazionale e vivissima. Alfredo è un agile di estrema eleganza ed il primo ad eseguire il leggendario triplo salto mortale con regolarità. La sua fine tragica finisce per stagliarne maggiormente la figura. La disciplina riscuote un enorme successo, gli artisti che la esercitano vengono chiamati “uomini volanti” e diventano fra le principali figure circensi dell’immaginario collettivo. Negli anni ‘30 emergono gli italiani Amadori (con Genesio primo europeo ad eseguire il triplo) e gli americani Arthur e Antoinette Concello, primi marito e moglie ad eseguire entrambi il triplo. Per vent’anni la disciplina va in letargo per risvegliarsi solo negli anni ‘50, proprio in Italia, dove i Togni lanciano gli Jarz, eccelsi trapezisti, che per due decadi, con varie formazioni, si esibiscono in tutto Europa, presentando la stella Enzo Cardona e Ketty Jarz, che negli anni ‘70 è la prima donna italiana, ed una delle poche al mondo, ad eseguire il triplo. Negli anni ‘60 si mette in luce anche l’americano Tony Steele, capace di eseguire un triplo salto mortale e mezzo con presa alle gambe. Stesso esercizio riesce nel 1975 al Festival di Montecarlo a Don Martinez (per lunghi anni in Italia con Enis Togni). Negli anni ‘70 emergono, ma per breve periodo, gli artisti provenienti dalla scuola sudafricana di Keith Anderson, la Hi-Fly Training School. Ma in quegli anni tornano soprattutto alla ribalta i sudamericani, con l’elegante Tito Gaona autore di un triplo impeccabile e dotato di un fascino eccezionale, Clown d’Oro a Montecarlo nel 1978. Anno epocale è il 1982, quando un giovane messicano di 18 anni, Miguel Vasquez, viene afferrato dal fratello Juan al termine di un incredibile quadruplo salto mortale. I Vasquez sono scritturati dai maggiori circhi del mondo e, nel 1990, vincono il Clown d’Oro al Festival di Montecarlo. Fino a questo punto la storia del trapezio è la storia della ricerca dell’exploit, del record inseguito ad ogni costo, ma la messa in scena del numero cambia assai poco, la differenza è fatta caso mai dal carisma dei singoli e ciò che caratterizza una scuola dall’altra è soprattutto la scelta di musiche e costumi. Alcune novità arrivano negli anni ‘80, con l’avvento delle troupe nordcoreane che fanno incetta di Clown d’Oro e d’Argento al Festival di Monte Carlo con formazioni allargate ad otto-nove componenti che volano da una parte all’altra del circo grazie ad una rinnovata composizione architettonica dell’attrezzo, con due o più catcher sistemati ad altezze e posizioni diverse e più trapezi oscillanti utilizzati dai brevilinei artisti orientali. Ma anche gli artisti coreani rispettano la tradizionale presentazione del numero: ingresso in pista, ascensione ai trapezi, esecuzione degli esercizi (con più o meno eleganza) e discesa in rete. La vera rivoluzione estetica è ancora una volta russa, con il numero dei Cranes (“le Cicogne”), definito una vera e propria “opera d’arte circense”. Creato da Piotr Maestrenko con la collaborazione del capo troupe Willi Golovko ed il regista russo Valentin Gneushev, il numero prende ispirazione da una canzone del dopo guerra ed è in realtà una pantomima aerea con un delirio di corpi volanti, un disegno di luci coinvolgente ed una scelta di musiche classiche da brivido. Il numero riceve un incredibile successo di critica in tutto il mondo, oltre al Clown d'Oro al Festival di Montecarlo del 1995. Nascono molti numeri aerei simili, come i Borzovi, dello stesso Maestrenko (in realtà una combinazione fra trapezio ed altre discipline) e le sbarre aeree dei Privalovi, di Valentin Gneushev. Ma nonostante il grande successo dei Cranes, a tenere banco nella maggior parte dei circhi del mondo continuano ad essere in prevalenza le troupe sudamericane di tradizione (come i Navas o i Jimenez). Nel 1995, dopo oltre vent’anni un giovane artista italiano riesce ad eseguire il triplo salto mortale, è Ruby Merzari allievo dell’Accademia del Circo. Per quel che riguarda il trapezio solo, sembra che derivi da un attrezzo per la ginnastica nato quasi simultaneamente in Francia ed in America nel XVIII secolo. Nel ‘900 gli esercizi svolti a questo attrezzo sono di vario genere. Quelli più diffusi sono spericolate ed allo stesso tempo eleganti evoluzioni sul trapezio oscillante. Assieme alla cavallerizza, ed alla funambola, la trapezista è la disciplina femminile più tipica della belle époque. Ma paradossalmente, o proprio per questo, il primo grande nome è quello di un raffinato travestito, Barbette che ottiene grande successo negli anni ‘20. In seguito vi è una dicotomia fra numeri del rischio, generalmente interpretati da uomini e numeri di eleganza portati al successo da donne. Nel primo genere in ordine cronologico i nomi di maggior prestigio sono quelli di Albert Powell (anni’30), Gerard Soules (‘50 e ‘60) ed Elvin Bale (‘70 e ‘80), fra gli italiani da segnalare Peter Rodriguez (anni ‘80). Per quel che riguarda il gentil sesso si distinguono la Caryatis e Pinito del Oro, mentre negli anni ‘90 emergono le artiste provenienti da tre scuole distinte ma con caratteristiche comuni, quella francese, quella russa e quella canadese. Tutte e tre danno molta importanza alla messa in scena e propongono un numero davvero considerevole di artiste fra le quali la francese Aurelia, la russa Elena Panova, e le gemelle canadesi Sarah e Karyne Steben del Cirque du Soleil. Nell’ambito del trapezio “a coppia” da segnalare il numero “Mouvance”, di Helene Turcotte e Luc Martin, un tango aereo che sul finire degli anni ‘80, porta alla disciplina una ventata di ritrovata sensibilità. Altra specialità è quella del trapezio “washington” sulla cui sottile asta gli artisti eseguono equilibri sulla testa e di altri tipi. In questo particolare genere si distinguono artisti italiani come i Larible e i Merzari. Ma anche altre discipline aeree, molto simili al trapezio, conoscono momenti di un certo splendore. La corda verticale, a volte combinata con gli anelli, vede brillare la stella di Lilian Leitzel. Negli anni ‘70 è l’italiana Gabriella Fernanda Perris la regina della disciplina, che passa poi lo scettro all’americana Dolly Jacobs, Argento a Montecarlo nel 1988. Illusionismo Insieme di tecniche teatrali per cui, tramite apparati ed effetti generalmente propri del palcoscenico, è possibile in modo apparentemente miracoloso dare vita ad apparizioni, sparizioni, levitazioni, sdoppiamenti e smembramenti di cose e persone. In seguito alle intuizioni avute alla fine dell’800 dai parigini Jean Eugene Robert Houdin e George Melies nel loro teatro, l’illusionismo da intrattenimento di salone diviene arte del palcoscenico, soprattutto grazie agli ingegnosi spettacoli dell’Egyptian Hall di Londra, dove i direttori e illusionisti David Devant e John Nevil Maskelin scoprirono le potenzialità teatrali della moda “spiritista” (con apparizioni di fantasmi ed elaborate pantomime magiche). Da qui si sposta sui palcoscenici americani con vere e proprie compagnie specializzate e precedute da imponente pubblicità, dirette da artisti come Hermann e Thurston. Negli anni ‘10 e ‘20, a fianco ai numeri singoli del vaudeville, la grande rivista di illusionismo americana è aggiornata dagli spettacoli di Harry Kellar, di Horace Goldin (innovatore nella velocità delle presentazioni) e da quelli orientaleggianti del sontuoso Ching Ling Foo, con tournée in parecchi continenti ed in seguito di Harry Blackstone, a lungo tra i più inventivi e noti. In Europa l’illusionismo diviene popolare negli anni ‘40 soprattutto grazie ai grandi spettacoli del tedesco Kalanag che ispirano in Italia quelli, seppure più modesti, di Ranieri Bustelli, la cui rivista itinerante è popolarissima fino agli anni ‘60. Negli anni ‘80, grazie alla televisione e alla tecnologia, avviene una grande svolta tecnica e stilistica grazie alle moderne intuizioni teatrali del canadese Doug Henning e della sua equipe di inventori indipendenti come Jim Stenmeyer o John Gaughan, gli stessi grazie ai quali avrà successo la nuova generazione capeggiata da David Copperfield. A parte quest’ultimo, la rivista magica itinerante non esiste più, e il teatro di illusionismo è diventato stazionario in città del gioco come Las Vegas, dove esistono i tre più importanti teatri contemporanei: il Monte-Carlo, dove si esibisce Lance Burton, il Mirage, dove ha luogo la rivista del duo Sigfried & Roy e il Caesar’s Magical Empire, con vari artisti di prim’ordine. In Italia la popolarizzazione dell’illusionismo si deve soprattutto a Silvan, Tony Binarelli e Alexander con le loro innumerevoli apparizioni televisive e grandi spettacoli dal vivo. Tra i più preparati della nuova generazione italiana, Stefano Arditi e Raul Cremona. Prestidigitazione Arte basata sulla destrezza manuale che consiste nel far apparire, sparire o moltiplicare piccoli oggetti come palle, sigarette, carte da gioco. Si divide in prestidigitazione da scena, in cui l’artista è in piedi su un palco, e micromagia (o “close up magic”) che vede l’artista seduto con l’interazione degli spettatori. La micromagia è tra le forme più antiche e dalle tecniche più efficacemente tramandate. Oggi pare una delle arti più diffuse al mondo, soprattutto a livello amatoriale, forte di una manualistica e di una didattica sterminate. Ha origine in pratiche arcaiche come il “gioco dei bussolotti”, le cui tecniche sono ancora oggi studiate e perfezionate. Nel dopoguerra, soprattutto negli Stati Uniti, la micromagia si sviluppa nelle tecniche, nella teatralità e nei principi psicologici, con trattati e conferenze di maestri degli anni ‘60 come Tony Slydini (manipolatore di monete) e Dai Vernon (il più grande trattatista e inventore di tecniche con carte da gioco). Tra i contemporanei si distingue Ricky Jay, i cui spettacoli con carte da gioco sono scritti e messi in scena da David Marnet. Per quanto riguarda la prestidigitazione da scena, essa nasce attorno al XVIII secolo, come intrattenimento da camera, ed è poi rilanciata con la rivoluzione di Jean Robert Houdin, padre della magia moderna. Ai primi del ‘900 la p. da scena diviene un’arte teatrale e si codifica con lo sviluppo del varietà in un tipo preciso di numero (essenzialmente muto, a differenza della micromagia) spesso fondendosi con l’illusionismo. Dei palcoscenici degli anni ‘10 si ricordano i manipolatori Nelson Downs, con apparizioni miracolose di monete ed Howard Thurston, con apparizioni di carte da gioco. Negli anni ‘50, Channing Pollock codifica con classe il numero del prestigiatore in frack con colombe e foulard. I più validi prestigiatori da palcoscenico sono oggi Lance Burton, con un proprio teatro a Las Vegas, e Jeff Mc Bride, manipolatore di maschere che si ispira teatralmente alle tradizioni magiche sciamaniche. Fachirismo Numero di circo e varietà che consiste, mediante genuino addestramento o tramite artifici, nell’ostentare il controllo del dolore fisico o il superamento delle leggi fisiche del corpo. Tradizione considerata, non sempre a ragione, di provenienza orientale, quella degli esercizi di fachirismo (camminare e stendersi su vetri o chiodi; sputare fuoco; perforare la pelle con spilloni; digiunare; ingoiare; etc.) è una delle pratiche più diffuse nel mondo dei ciarlatani per la relativa facilità di apprendimento e, seppur cosa poco evidente, per l’ampia possibilità di controllo del rischio. Il fachirismo, che ancora oggi conserva forte impatto sul pubblico, è sempre stato appannaggio soprattutto dello spettacolo di strada, dei circhi minori e dei varietà di second’ordine. Pochi fachiri hanno mostrato esercizi superiori alla media e sempre sfiorando l’autolesionismo. tra i contemporanei, notevole è la troupe americana di Jim Rose. Mentalismo Arte del varietà in cui, con tecniche di destrezza, di meccanica e di psicologia proprie di illusionismo e prestidigitazione si compiono esperimenti come trasmissione del pensiero, precognizioni e telecinesi. Alcuni artisti dichiarano di essere prestigiatori (Silvan, Tony Binarelli) o di non esserlo (Giucas Casella o l’americano Kreskin). Giunto nel teatro al principio del secolo grazie alla popolarità del movimento dello spiritualismo, il mentalismo nasce con artisti come i fratelli Davenport (che legati in un baule attiravano gli “spiriti” per muovere oggetti o suonare strumenti) o numeri di medium capaci di leggere a distanza, popolari soprattutto nei vaudeville americani. Il mentalista più celebre è stato negli anni ‘70 Uri Geller (poi smascherato da illusionisti). Negli anni ‘80 una parte del mentalismo si è notevolmente evoluta da curiosità a vera arte teatrale, grazie al movimento artistico della “bizarre magick” (con autori ed artisti di grande creatività quali Eugene Burger e Max Maven negli USA e Christian Chelman in Europa) che ne ha scoperto il potenziale drammatico ed emotivo, tentando, con regia e drammaturgia specifiche, di restituire una profondità mistica alla magia su ispirazione di artisti come Peter Brook nel teatro. Trasformista Artista di varietà specializzato in cambi di costumi spettacolari per la rapidità e l’abilità di passare da una caratterizzazione teatrale ad un’altra. Il trasformista mondialmente più celebre del ‘900 è l’italiano Leopoldo Fregoli. Quasi altrettanta popolarità ha conquistato oggi Arturo Brachetti. Esiste poi il trasformista di circo, le cui tecniche sono pensate per lo spazio circolare ma escludono le caratterizzazioni di personaggi basandosi solo sul gioco dei costumi. Si è sviluppato nella tradizione russa e ha come maggiori esponenti il Duo Sudartchikovi. Travesti Disciplina del varietà che consiste nell’interpretazione in abiti femminili da parte di artisti uomini, di numeri di danza, canto o arte varia. Il travesti classico generalmente non è un numero volgare o grottesco, ma si basa sull’eleganza dei costumi e della gestualità, tanto che spesso l’attrazione maggiore sta nel dubbio sul reale sesso dell’artista. Il più celebre travesti del secolo è probabilmente il trapezista Barbette, adorato da Jean Cocteau. Oggi tale arte è conservata soprattutto dall’italiano Arturo Brachetti. Il travesti ha particolare popolarità nei varietà tedeschi. Baracca dei fenomeni Luogo dove si ostentano per profitto esseri umani o animali portatori di anomalie fisiche o provenienti da luoghi esotici o dichiarati tali ed artisti dotati di capacità straordinarie. Sembra che l’usanza di tenere persone colpite da particolari handicap fisici, in special modo nanismo, fosse alquanto praticata già nell’antichità, soprattutto da regnanti e personaggi importanti. Nel XX secolo le figure eminenti della politica cominciano però ad interrompere questo dialogo che era durato per millenni. L’interruzione aumenta con l’avvento del socialismo. L’esibizione di tali persone è proibita in Unione Sovietica, in Cina ed anche nella Germania Nazional socialista di Hitler (che però fa sterminare i nani e tutti coloro che portano anomalie fisiche in nome della purezza della razza). In ogni caso la struttura produttiva conosciuta nel ‘900 nasce in America col nome di Museum, come forma non itinerante di intrattenimento, spacciata per pedagogica e pseudoscientifica. In seguito occupa un padiglione sistemato a lato del tendone principale di circhi o di luna park, per tale motivo nel paese d’origine è chiamata principalmente side show, mentre da noi prende il nome di baracca dei fenomeni. Diverse le tipologie dei fenomeni (freaks) esposti: oltre ad animali esotici e a volte portatori di bizzarre anomalie (la mucca con cinque zampe, la pecora con due teste, etc), vi sono resti di creature mitologiche (la sirena delle isole Figi) e soprattutto esseri umani. Essi si possono dividere in born freaks, coloro che sono nati conparticolari anomalie fisiche (nani, giganti, gemelli siamesi, etc); made freaks, chi ha sviluppato particolari anomalie come la smisurata crescita del peso corporeo, la lunghezza di unghie o capelli, il tatuaggio, o altro; novelty acts, numeri particolari, spesso rientranti nel genere del fachirismo (ingoiatori di spade, di fuoco, etc). Vi sono poi i gaffed freaks, i fenomeni finti, coloro che attraverso simulazione di vario genere, fingono di rientrare in una delle categorie elencate. Il sistema produttivo è avviatissimo soprattutto in America, dove viene portato al massimo fulgore da P.T.Barnum, alla fine del secolo scorso. Fra i fenomeni, grande successo lo ottengono i gemelli siamesi, che debbono il nome ai primi del genere: due gemelli originari del Siam, Eng e Chang, nati nel 1811, in attività dal 1828. Nel nostro secolo raggiungono un successo considerevole, soprattutto negli Stati Uniti, Daisy e Violet Hilton, le “gemelle siamesi di San Antonio”. Altra tipologia, abbastanza diffusa anche in Europa, è quella dell’uomo elefante. Poi l’uomo delle selve, o uomo scimmia, con folta barba e peli in tutto il corpo. Suo analogo femminile è la donna barbuta. Poi i classici fuori misura: uomini o donne cannone (fra le italiane Liliana Tonini di 250 chili e Carmen Chierici di 254), i più rari uomini scheletro, i giganti (l’uomo più alto di tutti i tempi, documentato, è Robert Wadlow mt. 2,72) e i nani, questi ultimi fra i più diffusi. E ancora uomini tronco capaci di utilizzare la bocca o i piedi al posto degli arti superiori mancanti. Fra i più noti fenomeni italiani Francesco “Frank” Lentini (1890-1964), l’uomo con tre gambe, nato a Rosolini in Sicilia, emigrato ad otto anni in America, dove acquista una certa fama per ritirarsi in Florida nel 1952. Nei primi del ‘900 il morboso successo dei fenomeni da baraccone è supportato anche dalla grandissima diffusione delle cartoline illustrate (molte sono arrivate sino a noi), in un periodo in cui l’album di fotografie era la televisione di oggi. Il fascino morboso esercitato dai freaks stato ben trattato dal cult movie Freaks (Tod Browning, 1932) e dal piùrecente The Elephant Man (David Linch, 1980). In Italia le baracche dei fenomeni sono completamente sparite sin dal dopoguerra, mentre esistono ancora alcuni side show negli Stati Uniti dove recentemente anche Ringling Bros. and Barnum & Bailey ha riproposto alcuni fenomeni come il lillipuziano Michu e “the living unicorn”, una pecora monocornuta presentata in sfarzose processioni. Ma all’estero tale forma di spettacolo sta conoscendo un’inaspettata riscoperta soprattutto nelle sue forme più vicine all’esasperazione delle moderne modifiche corporee, quali il tatuaggio, il piercing, la scarificazione, ecc. come negli spettacoli di Jim Rose. Mentre le anomalie fisiche relative alle misure, quali il nanismo o l’obesità, sono piuttosto registrate nel Guinnes dei Primati. Discipline equestri Discipline circensi basate sul lavoro svolto con cavalli e che presuppongono l’ammaestramento degli stessi. Le discipline equestri hanno un ruolo fondamentale nella nascita del circo, avvenuta attorno al 1770 per opera dell’inglese Philip Astley, appunto un ex sergente maggiore dei cavalleggeri britannici. Da allora e sino ai primi anni del ‘900, il pubblico apprezza in modo particolare le grandi pantomime equestri e riesce a comprendere la difficoltà degli esercizi anche perché il cavallo è il mezzo di trasporto più diffuso del tempo. Nel nostro secolo mentre viene persa la tradizione della pantomima, si assiste ad una maggiore definizione delle discipline e all’emergere di grandi talenti nei vari generi. Le discipline equestri si possono dividere in: libertà, alta scuola, lavoro sul cavallo e lavoro del cavallo. Ovviamente ciascuna disciplina viene svolta con particolari animali e gli artisti che vi si dedicano sono ferrati conoscitori delle caratteristiche delle varie razze. La libertà è il classico “carosello di cavalli” circense, composto da formazioni variabili dai 6 ai 24 cavalli (ma alcuni artisti ne hanno presentati fino a 100) nei quali gli animali mostrano di aver appreso la capacità di disporsi per file di consistenza variabile, di cambiare la direzione di marcia e di effettuare esercizi come piroette, salti, debù (l’alzata sulle zampe posteriori) ed altro. Il maggiore esponente italiano attuale della disciplina è Flavio Togni, capace anche di far lavorare insieme quattro cavalli e quattro elefanti. Lo stile della presentazione varia da quello militaresco di inizio secolo con cavalli bardati da finimenti decoratissimi e pennacchi di ogni genere, fino a quello new age con musica etnica e cavalli presentati senza finimenti, quasi come allo stato brado. La disciplina dell’alta scuola è quella maggiormente codificata grazie ad un’ampia trattatistica ed alla tradizione di scuole esterne al circo ed istituzionalizzate come quella di Vienna. Il cavallo in questo caso è montato da un artista che riesce a fare eseguire all’animale, a tempo di musica, figure complicate ed eleganti allo stesso tempo. Alcuni esercizi vengono svolti con il cavallerizzo a terra che trasmette i comandi con delle lunghe briglie. Essendo basata sul ritmo musicale, l’alta scuola si presta a numerose interpretazioni, ma gli stili maggiormente diffusi sono lo spagnolo ed il viennese. Per lavoro sul cavallo, si intendono tutti i generi nei quali è determinante il lavoro svolto dagli artisti in groppa al cavallo piuttosto che quello dell’animale stesso, che spesso si limita a girare in tondo (seppure a determinate velocità), quindi: acrobazia, giocoleria e figure plastiche di vario genere. I più grandi cavallerizzi acrobatici a cavallo di questo secolo sono italiani: i Pissiuti, i Briatore, i Frediani, i Caroli ed i Cristiani sono fra i nomi che fanno la storia della disciplina, sia nell’esecuzione di complicate colonne umane, che in quella di salti mortali da cavallo a cavallo lanciati al galoppo. Particolare successo ad inizio secolo riscuote lo stile alla “cowboy” lanciato da Buffalo Bill. Fra le figure più simboliche del circo vi è po la ballerina a cavallo (da sola o con il partner in un “passo a due”). In questo genere si sono distinte le sorelle Swoboda-Medrano e le italiane Elvira Guerra, Emma Ciniselli, Ella Manetti, Cipriana Portner - Folco. Tipico del circo russo è il volteggio alla cosacca, presentato da troupe numerose e scatenate (Kantemirov Merdenov e La leggenda del Caucaso di Tamerlan Nougzarov). L’ultima tipologia equestre è quella del lavoro del cavallo, nella quale l’animale mostra particolari abilità estranee alle sue normali caratteristiche (il cavallo sapiente, il cavallo attore, etc.). In generale nella seconda metà del secolo gli ammaestratori di cavalli che si sono maggiormente distinti sono stati proprietari di circhi con le possibilità economiche per mantenere una nutrita scuderia. Da segnalare soprattutto i francesi Gruss e gli svizzeri Knie, specializzati praticamente in ogni disciplina elencata. In Italia negli ultimi anni acquista una particolare competenza la famiglia Casartelli - De Rocchi che conquista nel 1996 il Clown d’Oro a Montecarlo con un numero, “la festa del cavallo”, che comprende in pratica tutte le discipline. Particolare successo ha ottenuto Zingaro, compagnia equestre e musicale francese, nata nel 1984 come Cirque Aligre, divenuto nel 1986 Cabaret Equestre Zingaro, questo gruppo parte da una ricerca basata sull'incrocio tra musica etnica dei popoli zingari e la tradizione equestre circense, curando in particolar modo la suggestione dello spazio scenico ed enfatizzando il rapporto ancestrale tra uomo e cavallo. Con la costruzione del Theatre Equestre ad Aubervilliers, la ricerca artistica di Zingaro si fa sempre più raffinata, grazie alla creatività del leader Bartabas: da Opera Equestre (1992), nata dal rapporto tra le culture caucasica e berbera, a Chimer (1994), Eclipse (1997). Gli spettacoli di Zingaro che generalmente debuttano al Festival di Avignone, sono stati rappresentati in tutta Europa e negli USA. Serraglio Esposizione itinerante di animali esotici. Il serraglio nasce nelle fiere e diventa indipendente a cavallo tra ‘800 e ‘900, con compagnie di proporzioni considerevoli che presentano anche esibizioni di domatori. I più celebri sono La Golulue (la cui facciata fu dipinta da Lautrec) e, scesi anche in Italia, Nouma Hawa ed Alfred Schneider (con i suoi 100 leoni). Il più celebre serraglio italiano del dopoguerra è il Mannucci. Il serraglio è oggi estinto o rimane solo come appendice dei circhi itineranti. Esistono invece ancora i “rettilari” o i “serratgli acquatici” (con squali o piovre). Ammaestratori di animali Artisti di circo e varietà specializzati nella preparazione e presentazione artistica di animali domestici o selvatici. L’ammaestramento si è sviluppato nel ‘900 da semplice esibizione di animali ad un codice completo di esercizi e figure coreografiche tali da permettere la composizione di “numeri” organici. Nella prima metà del secolo la filosofia dell’a. è quella di stampo coloniale del dominio dell’uomo sulla natura, con l’enfasi della pericolosità delle belve e sulla temerarietà del domatore, con il tipo di addestramento detto “in ferocia” enfatizzato da schiocchi di frusta e spari a salve. In tale stile si distinguono negli anni ‘30 gli americani Clyde Beatty e Frank Buck o gli europei Court, Krone e Schneider. Per quanto riguarda invece animali non feroci, fino a poco tempo fa gli a. puntavano sull’umanizzazione di specie come cani o scimmie con abiti umani, strumenti musicali, etc., uno stile popolarizzato già ai primi del secolo dal russo Durov, vedette delle Folies-Bergère. nel dopoguerra, grazie soprattutto alla scuola di Gilbert Houcke (a cui fanno capo talenti come Chipperfield, Steibner, Baumann, Michon, Gebel e più di recente Strickler, Jenny, Campolongo, Smith), emerge l’addestramento detto “in dolcezza”, in cui con pazienza e psicologia e spesso in collaborazione con etologi, si sviluppa il rapporto di fiducia tra uomo e belva non più catturata ma nata in cattività e quindi un tipo di esibizione più “naturale” ed artistica. Sullo stesso stile, ma nel campo dell’addestramento di elefanti emerge il talento dello svizzero Rolf Knie, caposcuola del genere. I migliori addestratori contemporanei di elefanti sono Louis Knie (figlio di Rolf), Gunther Gebel-Williams, Flavio Togni e Patricia Zerbini. Gli svizzeri Gasser e Duss hanno fatto invece notevoli progressi nell’ultimo ventennio nello sviluppare il rapporto pacifico tra l’uomo e le otarie, con risultati importanti. Sacha Houcke jun. è invece considerato tra i migliori specialisti per animali delicati come zebre o giraffe. Dall’addestramento moderno sono invece in via di sparizione esibizioni di animali come gli scimpanzé (vietati in Italia) e in generale gli esercizi lesivi della dignità animale. Nell’ultimo ventennio la tendenza dei proprietari di circo europei è quella di acquistare animali propri e quindi la maggior parte di tali impresari e delle loro famiglie si dedica direttamente all’addestramento di più specie animali: i migliori in Italia sono: Mario e Roberto Bellucci, Vinicio Canestrelli-Togni, Davio ed Heros Casartelli, Paride Orfei, Stefano Orfei-Nones, Livio e Davio Togni, il già citato Flavio Togni. Clown Il termine sembra essere di origine inglese ma diventato d’uso internazionale. Il c. è una delle figure fondamentali della pista del circo. Sebbene la definizione sia stata poi allargata a comprendere tutti quegli artisti di tipo polimorfo (cfr. De Marinis) che in vari contesti produttivi basano le loro rappresentazioni sulla comicità e sull’istrionismo da giullare (Dario Fo, Roberto Benigni, Jerry Lewis, solo per fare qualche esempio), nel circo la clownerie si è manifestata in tipologie sufficientemente connotabili, con interessanti sviluppi avvenuti proprio nel ‘900. Il secolo si apre con le due più importanti figure di clown già abbastanza definite: il clown bianco, il cui trucco sembra essere stato ispirato dal Pierrot portato al successo dai Debureau, e l’augusto o “rosso” (in Italia detto anche “toni”), discendente invece dalle prime figure comiche della pista che avevano il compito di spezzare la tensione degli spettacoli equestri con contorsioni, salti a terra e spettacolari cadute. E’ però negli anni ‘10, con il duo Footit & Chocolat, che si definisce il rapporto conflittuale fra bianco e augusto che fa la storia del clown di questo secolo. La coppia permette un contrasto fra i due artisti che può essere di tipo fisico (alto-basso, grasso-magro), psicologico (astuto-ingenuo), morale (onesto-canaglia) o sociale (maestro-servitore, ricco-povero, ecc.). La maschera dell’augusto è di solito in sintonia con il suo carattere, mentre la sua varietà di tipi contrasta con la ripetitività della maschera del bianco in costume elegante. All’inizio del secolo i tandem di clown si formano, separano e ricompongono a seconda delle esigenze di scritture. Fra le coppie più note vi sono: Tonitoff e Antonet, Antonet e Grock, Alex e Porto, Antonet e Beby, Manetti e Rhum, Pipo e Rhum e i livornesi Dario e Bario. A volte l’augusto tenta la via del solista trasformandosi di fatto in “eccentrico”, termine che più che un vero e proprio genere designa il distacco dalle tipologie più classiche. Fra questi raggiungono la fama Grock e Charlie Rivel. Sono poi i Fratellini, i clown più amati da artisti ed intellettuali della belle époque, dopo la prima guerra mondiale a lanciare la formazione a tre, con un clown bianco e due augusti, che avrà numerosissimi emuli e finirà per soppiantare quasi del tutto il “duo”. Curioso come, nonostante il successo di alcuni clown e la giovalità dei loro caratteri anche nella vita privata, la percezione della figura impressa nell’immaginario collettivo è ancora quella del “clown triste”, per i motivi ben descritti da Jean Starobinski nel suo Ritratto dell’artista da saltimbanco. Comunque con il trio Fratellini si afferma una comicità più rilassata, non dovuta solo al contrasto, spesso stridente, tra bianco e augusto, ma alla validità delle situazioni rappresentate, come nella tradizione della Commedia dell’Arte. Nasce in pratica il concetto di “entrata comica” che rimane fino ad oggi il più diffuso nelle piste dei circhi di tutta Europa. A lato di questi numeri, che possono durare sino a 30-40 minuti, si delinea la figura dell’augusto “di serata” o “di ripresa”, specializzato nell’esecuzione di piccole esibizioni, spesso effettuate ai margini della pista per permettere agli inservienti di preparare l’attrezzeria per i numeri seguenti. Fa eccezione l’America dove, negli immensi spazi dei circhi a tre piste, i clown devono presentare una comicità più spicciola ed immediata, composta essenzialmente da piccole gag visuali (come nel caso di Lou Jacobs). L’America è però anche patria delle maggiori figure comiche razziali, come il tramp od il black face, i cui esponenti raggiungono momenti di qualità artistica rilevanti (W.C. Fields, Otto Griebling ed Emmet Kelly). Nel dopo guerra le “entrate comiche” italiane più conosciute sono quelle dei Rastelli, i Caroli ed in seguito i Colombaioni (i quali però trovano ben presto un loro particolare itinerario teatrale), mentre si distinguono ben pochi clown di ripresa dal valore assoluto (come Fumagalli). Buoni livelli vengono raggiunti da alcune formazioni iberiche (gli Aragon, i Rudi Llata). Salvo queste rare eccezioni, gli anni ‘50 e ‘60 vedono un’involuzione della clownerie, con gli artisti che si limitano a replicare in maniera sterile il repertorio classico, finendo per sclerotizzare la disciplina. E’ Fellini, per altro grande appassionato di circo, a ben illustrare la crisi del personaggio nel suo IClowns (1970), surreale ma nitida fotografia dell’ambiente circense di quegli anni, ove il clown sembra destinato a sparire del tutto. La seguente salvaguardia ed il recupero di tale figura sono principalmente dovuti a tre fattori: l’affermazione di giovani talenti provenienti dalla Scuola del Circo di Mosca (come Oleg Popov) che rivitalizzano la disciplina studiandone a fondo i repertori e le tecniche (con la possibilità data dal circo statale di disporre di autori teatrali per i soggetti delle nuove “entrate”). La rivisitazione nostalgica del vecchio repertorio da parte di nuovi operatori circensi, spesso provenienti dall’esterno, come Bernahrd Paul del Roncalli o Pierre Etaix (con Annie Fratellini). E soprattutto la nascita di una figura assolutamente nuova nel panorama circense, quella del mimo comico, proveniente il più delle volte dal teatro di strada (David Shiner) ma anche dal teatro di pantomima (Enghibarov o Dimitri). Questi solisti propongono una comicità di assoluta rottura rispetto al repertorio classico della clownerie, introducendo moderne tecniche del linguaggio del corpo e il coinvolgimento degli spettatori, escludendo quasi del tutto i dialoghi. All’interno degli spettacoli di “nuovo circo” tali artisti possono anche assumere la funzione di filo conduttore ello spettacolo o di io narrante, come René Bazinet in Saltimbanco del Cirque du Soleil, Christian Taguet nel Baroque e Bernard Kudlak nel Plume. Possono inoltre tentare il recupero della figura dell’eccentrico stile Grock ed esibirsi prevalentemente in spazi teatrali. Data la loro particolare formazione, si spingono a volte su sentieri di sperimentazione, non sempre con risultati positivi. Questo movimento di rigenerazione porta però anche alcuni esponenti di famiglie di tradizione a cimentarsi con successo in significative innovazioni (David Larible e Bello Nock). Mentre altri figli d’arte continuano a mantenere le tradizioni famigliari (Pipo Sosman, Tino Fratellini). Sul principio degli anni ‘90 si rinfresca anche la tradizione del comico di varietà che, con una sapiente commistione fra clown e mimo di circo, riesce a proporre una comicità dal sapore alquanto originale (come il tedesco Harald “Hacki” Ginda). Recentemente sono poi nate anche formazioni di gruppi di mimi che riprendono in parte la formazione tradizionale del bianco e degli augusti seppure con un’impostazione del tutto originale. Anche questi sembrano però destinati più alle tavole del palcoscenico che alla segatura della pista. Cosa del resto abituale per numerosi altri artisti comici che hanno scelto di utilizzare tecniche circensi o della clownerie classica per montare moderni spettacoli teatrali (le Cirque Imaginaire di Jean Batiste Thierry e Victoria Chaplin, Buffo di Howard Buten, fino a Leo Bassi, Jango Edwards e numerosissimi altri). Farsa genere teatrale in cui il testo, di natura comica o drammatica, è un canovaccio di repertorio la cui struttura interpretativa è affidata a tecniche tramandate oralmente attraverso tradizioni famigliari. La farsa è la più diretta eredità della Commedia dell’Arte e sopravvive fino all’immediato dopoguerra nelle compagnie girovaghe specializzate (volgarmente note come “guitti”) che si distinguono per la recitazione enfatica o nei piccoli circhi, i cui artisti concludevano lo spettacolo con la “farsa finale”, da un repertorio antichissimo variato quotidianamente per attirare maggiore pubblico. I canovacci delle farse erano generalmente adattamenti di libretti d’opera o della letteratura teatrale, quando non materiale della commedia dell’arte contaminato nei secoli in modo complesso con tradizioni popolari successive come ad esempio quella napoletana, dove le farse di artisti come Petito originano il talento di Viviani, Scarpetta e dei De Filippo. Il repertorio proprio della farse sopravvive nelle compagnie di burattinai. L’unico circo che presenti ancora farse oggi è l’arena di Valerio Colombaioni, attiva nel Lazio. Efficaci testimonianze delle compagnie di farse si hanno nelle memorie di Petrolini o nella ricostruzione del teatro dei guitti data da Eduardo nel proprio film Fortunella (1958). Eccentrico Artista di circo e varietà a carattere comico che fonde la pantomima clownesca con particolari doti di destrezza, soprattutto musicale, o sviluppa il proprio numero attorno ad un tema. Tra i più celebri e. si ricordano negli anni ‘10 W.C. Fields con la parodia del gioco del biliardo; nei ‘20 Bagessen nei panni di un cameriere con enormi pile di piatti; nei ‘50 il prestigiatore Cardini nei panni di un gentleman ubriaco o il ciclista Joe jackson. Innumerevoli gli e. musicali, tra i quali Grock è l’esempio più fulgido. Tra i viventi George Carl e il quintetto inglese Nuts & Bolts. |
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