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Ambarabacicircoco di EnzoPazzo e MonikComik

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Etimologie e discipline
Scritto da Administrator   
giovedì 01 marzo 2007
 Saltimbanchi

Definizione in uso dal ‘500, che deriva da “saltare sul banco”, attribuita agli
artisti che si esibiscono in fiere e mercati.
La dizione riguarda in particolar modo gli artisti di strada che fanno uso di
abilità acrobatiche ed in genere di virtuosismi del corpo. Per estensione viene
però conferita a tutti coloro che si guadagnano da vivere esibendosi nelle
piazze, soprattutto in occasione di fiere e mercati. Quindi, oltre a specialisti
delle tradizionali discipline circensi, anche a praticanti il teatro di figura
(marionettisti, ombre cinesi) e altri generi caratteristici della piazza, come i
digiunatori, i ciarlatani (venditori di unguenti “miracolosi”), i cantastorie, e
coloro che esibiscono fenomeni. I saltimbanchi, che raccolgono gli oboli
offerti dagli occasionali spettatori, vivono il loro periodo d’oro nelle grandi
fiere inglesi e francesi del XVIII secolo, per poi scomparire pian piano nel
periodo della società industriale. In questo secolo, dal punto di vista
dell'esistenza condotta e della qualità delle esibizioni, il francese George
Strehly, uno dei primi storici del circo, nel suo L’Acrobatie e les acrobats
(1903), distingue gli artisti in tre classi: i saltimbanchi, che si esibiscono nelle
piazze e nei mercati e sono considerati il proletariato del circo; gli artisti legati
ad un complesso itinerante, che possono godere di buone paghe e di
condizioni di vita decenti; gli artisti indipendenti, che si esibiscono sulle scene
dei music-hall o nei grandi circhi stabili delle più importanti capitali. Ma la
qualità delle esibizioni dei saltimbanchi aumenta decisamente negli anni ‘60,
quando viene avviata una commistione fra uomini di teatro desiderosi di
innovazioni e artisti di piazza detentori di tecniche segrete di antiche
discipline. In questo senso dalla tradizione dei saltimbanchi deriva in pratica
tutto il moderno teatro di strada.

Acrobazia

L’acrobazia è fra le più antiche discipline del corpo. La parola acrobata deriva
dal greco “acros”, estremità, e “bate”, camminare; all’incirca significa quindi
“camminare sulle punte”. Come molti termini dello spettacolo popolare,
anche questo ha avuto nel tempo diverse accezioni fino ad abbracciare in
pratica ogni tipo di virtuosismo fisico, ma fra le discipline circensi di questo
secolo, il termine acrobazia si riferisce di norma a generi che comprendono
l’abilità di compiere dei salti mortali (in un repertorio alquanto vario). Al
principio del ‘900 la disciplina riceve nuova linfa vitale da tecniche ed attrezzi
provenienti dalle palestre di ginnastica, oltre che da palestranti che decidono
di intraprendere la carriera di artisti. Si distinguono numerosissimi generi. Fra
i più classici vi è quello dell’“acrobatica a terra”, composto di solito da una
formazione di tre o più artisti di sesso prevalentemente maschile, il numero
riunisce in effetti tre discipline di base: verticalismo, salti a terra e salti in
“banchina” (cioè realizzati utilizzando le braccia incrociate di due artisti come
strumento di propulsione). Dagli anni ‘50 ai primi ‘90 le migliori troupe sono
italiane, tanto da far appellare la disciplina “acrobatica all’italiana”. Lo stile è
essenziale, accattivante, elegante. Il livello tecnico altissimo. Fra i nomi più
noti: Frediani, Medini, Sali, Niemen, Macaggi, Nicolodi, Zoppis. Poi la vena
italiana sembra inaridirsi ed emergono le scuole russe e cinesi, con una
estetizzazione che si basa più sull’organicità dell’esibizione che sul carisma
dei singoli. Basato essenzialmente sui salti a terra è anche lo charivari
eseguito dalle intere compagnie dei circhi a conduzione famigliare fino agli
anni ‘50. Buoni saltatori sono stati gli italiani Gerardi, Rossetti, Zamperla,
Zoppé, oltre a Paolo Orfei ed Italo Togni. Una variante del numero è quella
presentata con successo per tutto il secolo da numerose benché anonime
troupe del nord Africa, composta soprattutto da salti a terra e piramidi
eseguiti in maniera folcloristica. Altra tipologia acrobatica folcloristica
affermata e diffusa nel ‘900 è quella dei salti alla bascula (una variante meno
diffusa è l’“altalena russa”), un attrezzo che permette una forte propulsione
verso l’alto e di conseguenza dei salti spericolati. La bascula sembra
provenire dalla Corea del Nord, ma si è diffusa soprattutto grazie alle
presentazioni delle grandi troupe dell’Europa dell’Est (fra le quali Hortobagy,
Mezetti, Faludis, Parvanovi, Romanovi, Cretzu, Balkanski). Fra gli italiani
negli anni ‘50 si distinguono i Bello e gli Huesca. La bascula combinata
all’equilibrismo può essere utilizzata anche da formazioni ristrette a tre o
addirittura due persone (gli Istvan). Altra tipologia molto spettacolare è quella
della “stanga russa”, nella quale due artisti tengono orizzontalmente una
lunga asta con la quale proiettano verso l’alto un terzo che ricade in equilibrio
sulla stessa. Anche in questa disciplina si sono distinti soprattutto artisti
dell’est. In Polonia la composizione della stanga è stata addirittura studiata
dall’atleta Wladyslaw Kozakiewicz, Oro alle olimpiadi di Mosca del 1980 nel
salto con l’asta. Discipline direttamente provenienti dalla ginnastica sono
quella delle sbarre parallele e del trampolino elastico. Quest’ultima è stata
portata ad alti livelli anche da artisti messicani (i Murillo) e italiani (i
Canestrelli). Spesso l’attrezzo è stato utilizzato in maniera comica (Ray
Dondy). Altra disciplina acrobatica è quella detta dei “giochi icariani”: un
componente steso sul dorso getta con i piedi e riafferra sugli stessi i propri
partner. Questo genere è nato alla metà del secolo scorso, quando Richard
Risley Carlisle, esperto antipodista (giocoliere con i piedi) ebbe l’idea di
gettare in aria con i piedi i figli invece che degli oggetti. All’inizio del secolo si
sono distinte alcune troupe numerose come gli Schaeffer o i Kremo. Più
recentemente sono emerse le formazioni a due della scuola spagnola
(soprattutto i Rios), russa e nordafricana, mentre è in atto un recupero della
disciplina all’Accademia del Circo italiana. Nel ‘900 la modalità di messa in
scena dei numeri acrobatici è varia almeno quanto i generi esistenti. Si
distinguono tre fasi. Nei primi anni del secolo le esibizioni sono delle
dimostrazioni quasi ginniche degli esercizi con costumi che si limitano a
mettere in risalto le forme atletiche degli artisti. In seguito assume maggiore
importanza la messa in scena con molto rilievo ai costumi, alla musica e
all’ambientazione del numero. In questo periodo vi è quasi una dicotomia fra
le presentazioni folcloristiche delle troupe dei paesi dell’est (ma anche
orientali e nordafricani) e quelle eleganti, quasi da “rivista”, degli artisti
occidentali. La terza fase è quella del “nuovo circo”, ispirata al movimento
della New Age, che ha nel Cirque du Soleil un importante punto di
riferimento, e focalizza la sua estetica sul virtuosismo dell’uomo in armonia
con musica, luci e costumi, in una commistione sempre più accentuata con le
discipline del mimo e della danza. Tale moderna tendenza ha finito per
influenzare lo stile francese e persino quello russo e cinese.

Charivari

Termine d’origine francese che designa un numero composto da salti mortali
e da piccoli piramidi umane che apre o chiude lo spettacolo dei circhi, delle
arene e delle compagnie ginnico-acrobatiche-equestri dall’inizio del secolo
sino agli anni ‘60, quando si diffondono piuttosto le sfarzose parate ispirate
dalle riviste o dai primi varietà televisivi. Lo charivari è eseguito da artisti che
hanno poi ruoli più centrali nel corso dello spettacolo. Grande importanza ha
quindi la figura del generico (che scompare contemporaneamente allo
charivari) che incarna l’artista dotato di sapere enciclopedico di teniche del
corpo. Fra i grandi saltatori che animano gli charivari dei complessi italiani
ricordiamo Ugo Bogino, i Rossetti, Luigi Gerardi ed Eugenio Larible.

Contorsionismo

Antica specialità dello spettacolo popolare basata sulla dislocazione
corporea, apparentemente di origine orientale ma assai diffusa in occidente
già tra i saltimbanchi di fiere e mercati del medioevo. All’inizio del secolo è
Walter Marinelli a portare in auge la specialità esibendosi come uomoserpente,
con un costume squamato, in innaturali posture del corpo. Il
contorsionismo si presta poi a numerose interpretazioni (comica, satanica,
od orientaleggiante) fino ad arrivare agli anni ‘60, quando diventa quasi
esclusiva prerogativa del sesso femminile e si afferma lo stile elegante
lanciato dalla portoghese Fatima Zohra che esegue il suo numero in sfarzosi
costumi da rivista ed è per altro ingaggiata dai maggiori spettacoli di quegli
anni (dal Lido di Parigi alle grandi produzioni di Las Vegas). Questo stile
rimane imperante sino ai primissimi anni ‘80, quando avviene la riscoperta
delle artisti cinesi e del loro altissimo livello tecnico. Suscita scalpore
l’esibizione della quindicenne Li Liping, premiata con il Clown d’Oro al
Festival di Montecarlo nel 1983. Le asiatiche sembrano essere
maggiormente predisposte alla disciplina per la loro particolare composizione
anatomica, in parte diversa dal tipo occidentale, che gli permette di piegare il
corpo sino all’inverosimile. Ma secondo l’opinione di molti, il livello eccelso
raggiunto da queste artiste, per lo più giovanissime, è dovuto al severissimo
metodo di training adottato. Più recente la rivelazione della scuola mongola,
altrettanto valida dal punto di vista tecnico di quella cinese, ma più attenta e
veloce nell’accogliere le moderne tendenze di commistione con la danza ed
una maggiore ricercatezza nello studio dell’esibizione. Tale estetica è isirata
soprattutto dal numero delle quattro contorsioniste di Nouvelle Experience,
del Cirque du Soleil.

Funambolismo

Il termine deriva dal latino “funis ambulare”, cioè camminare sulle funi. Il
funambolismo. è una delle discipline più antiche dello spettacolo popolare.
Nel ‘900 è in realtà sotto stimata rispetto ai due secoli precedenti che
avevano visto artisti del calibro di Madame Saqui e Blondin suscitare un
vasto interesse. La prima esibendosi nel celebre Theatre de Funamboles ed
il secondo effettuando memorabili traversate a grande altezza (fra le quali
quella delle cascate del niagara). Nel nostro secolo il funambolismo viene
praticato comunque in circhi, teatri di varietà e manifestazioni all’aperto ed
esprime tre principali tipologie: il filferrista, specializzato in evoluzioni su funi
assai tese e sistemate ad un’altezza dai due ai cinque metri; il funambolo a
grande altezza, dedito a pericolose figure composte da più persone e a
grandi traversate all’aperto; l’artista al filo mollo, che esegue evoluzioni su di
una fune non del tutto tesa, ma oscillante, ad un’altezza di solito inferiore ai
tre metri, spesso in chiave comica. Nel filferrismo d’inizio secolo si
distinguono artisti poliedrici come i Reverhos, capaci di eseguire sulla fune
esercizi di verticalismo e giocoleria con memorabile grazia, ma è soprattutto
l’australiano Con Colleano negli anni ‘20 e ‘30 ad apportare alla disciplina
nuove tecniche e nuovo approccio creativo con uno stile basato sull’eleganza
e la velocità. Nonostante il buon livello raggiunto da alcuni artisti degli anni
‘90 (tra i quali Joseph Bouglione), dopo Colleano la disciplina non è soggetta
a notevoli variazioni, salvo per la versione femminile della ballerina sul filo,
tutta grazia ed eleganza, anziché ritmo e temperamento. Interessante lo
sviluppo avuto invece dal funambolismo a grande altezza, passato dalle
spericolate piramidi delle grandi troupe degli anni ‘50 (soprattutto i Wallenda),
al genere misto delle troupe sudamericane degli anni ‘90 (come i Quiros) , le
quali, ad altezze considerevoli, eseguono anche passaggi normalmente
riservati ai filferristi. Fino alla creatività delle grandi troupe russe che, nel
rispetto del trend estetico del loro paese, presentano vere e proprie
pantomime aeree a volte anche troppo sofisticate (Troupe Abakarowa
Aishada e soprattutto Valjanski con La leggenda di Prometeo). La specialità
del filo mollo resta frequentata soprattutto da giocolieri e da artisti orientali, i
quali riescono ad apportare notevoli migliorie sul piano del virtuosismo
tecnico. Nonostante l’età d’oro del funambolismo sia da considerarsi fra ‘700
e ‘800, anche nel nostro secolo intellettuali e uomini di cultura vi s
appassionano. Fra questi Jean Genet, autore fra l’altro di uno scritto, Lefunambule, dedicato ad un suo amante algerino votato a tale disciplina.

Giocoliere

Sebbene il termine derivi da “giullare”, oggi designa l’artista impegnato in un
genere perfettamente definito delle tecniche circensi, riferito in particolare
all’abilità di lanciare e riafferrare oggetti di vario tipo e di varie dimensioni. La
giocoleria è fra le discipline circensi che richiedono più costanza e
perseveranza. I progressi sono in genere lenti e frutto di grande sacrificio e
gli artisti dediti ad essa devono continuamente sottoporsi a prove ed
allenamenti estenuanti dal punto di vista non solo corporeo ma anche
mentale. Nel proprio specifico campo è la specialità più suscettibile di
variazioni. I giocolieri spesso cambiano i tipi di oggetti che giocolano, il
numero di essi, il modo di presentarsi in pubblico e così via, creando una
quantità praticamente illimitata di sotto generi (fra i quali la giocoleria con i
piedi detta “antipodismo”). La giocoleria è una delle prime tecniche dello
spettacolo del corpo, tanto che il reperto più antico pare essere quello dei
graffiti rinvenuti in Egitto nella tomba di Ben Hassani, datati attorno al 2.040
a.C. Nel nostro secolo la disciplina ha avuto degli sviluppi importanti. Fino
alla seconda guerra mondiale, nei circuiti dei teatri di varietà i giocoleria
affinano le loro esibizioni presentando non più dei normali numeri ma dei
piccoli atti unici nei quali rappresentano anche dei personaggi. Questo dà
loro la possibilità di cambiare più volte l’esibizione nel corso della carriera,
inventando delle ossature diverse nelle quali inserire gli stessi salti mortali e
le stesse giocolerie. Appaiono i giocolieri “patriottici”, in uniformi militari (fra i
quali Paul Conchas); gli “eleganti”, in abiti da sera (Cinquevalli, Kara,
Spadoni); persino quelli “da ristorante”, con scenografie ed attrezzi
chiaramente ispirati a quelli di una sala da pranzo (come i Perezoff). Poi, per
rappresentare quelle attività ludiche ormai parte della vita quotidiana,
nascono gli “sportivi”. Tutte le catalogazioni possibili non sarebbero
comunque sufficienti a descrivere tutte le tipologie e l’enorme intreccio di
famiglie, di troupes, di artisti istruiti da un loro predecessore e a loro volta
maestri di altri, che affollano le piste dei circhi e soprattutto le scene dei teatri
di varietà nel periodo d’oro della disciplina. Una grande inversione di
tendenza avviene con il più importante giocoliere del secolo, Enrico Rastelli il
quale, attorno agli anni venti, toglie alla giocoleria la caratteristica di piccolo
atto unico per restituirle invece l’ingenuità di un’esibizione astratta, senza
simboli, al di là e al di sopra d’ogni possibile interpretazione. Se la cultura
italiana avesse adeguatamente valorizzato l’arte circense, Rastelli
occuperebbe probabilmente un posto nella storia dello spettacolo italiano fra
Scarpetta e Petrolini. Il circo, che fornisce tanti stimoli agli esponenti della
seconda generazione della regia teatrale, porta chiari segni della sua arte,
soprattutto nell’accezione del ritmo e della sveltezza. Oggi sembra normale
che un giocoliere usi certi attrezzi ed abbia uno stile improntato soprattutto
sulla velocità, ma ciò è dovuto alla rivoluzione della disciplina avviata da
Rastelli. Durante i suoi ultimi anni di vita la sua fama origina numerosi emuli
che cercano di imporsi utilizzando il suo stile o le sue tecniche. Fra gli italiani
si ricordano: Massimiliano Truzzi e Paolo Bedini. Anche nel secondo
dopoguerra la maniera dominante rimane quella impostata dal grande artista
italiano. Attrezzi imperanti di questo periodo sono le clave, che avevano
sostituito i bastoni, le palle di diverse dimensioni ed i cerchi; lo stile rimane
quello rapido ed essenziale dell’italiano. Sui detriti delle sue tecniche
lavorano Angelo Piccinelli, Eduardo Raspini, Alberto Sforzi e Gilberto
Zavatta. In seguito la tipologia si distingue in diversi stili: quello
sudamericano tutto velocità e temperamento (iniziato da Rudy Cardenas,
proseguito, fra gli altri, dagli Alegria e gli Alvarez); quello russo: tecnica e
ricerca dell’organicità (dagli istruttori Violetta Kiss e Nikolai Ernestowitsch
Baumann, all’allievo Sergei Ignatov, fino al giovanissimo Nikolai
Gerassimov); quello minimalista inaugurato dai Kremo, con numerosi emuli;
quello orientale della pura ricerca della perfezione (i fratelli Jianping, Jianhua
e Jianwen Qian). Ultimo virtuoso della giocoleria tecnica è il giovane
americano Anthony Gatto capace di esercizi da guinness ma dotato di poca
eleganza nella presentazione. Negli anni ‘70. collegato al fenomeno del
Nuovo Circo, nasce il trend americano dei “Fantasy Jugglers”. Il giocoliere
torna in strada e all’aria aperta per ritrovare freschezza e spontaneità nel
contatto con il pubblico. Interpreti più rappresentativi sono i Karamazov Bros,
i Bay City Red, i Passing Fancys, i Wimbledon Bros e gli Airjazz. Grand
fama la conquista Philip Petit. Da segnalare gli americani Paul Binder e
Michael Christensen, poi fondatori del Big Apple Circus. Ma più di tutti dona
una nuova impronta alla disciplina il fantasy juggler americano Michael
Moschen che, traendo spunto dai più moderni aspetti del mimo e della danza
contemporanea, presenta accattivanti giocolerie con il fuoco ed ipnotiche
combinazioni con tre piccole sfere di cristallo. L’uso di elementi naturali come
il fuoco o perfetti come le palle traslucide, dona in qualche maniera al
numero di Moschen una qualche connotazione metafisica.

Equilibrismo

Vasto genere dell’arte circense comprendente le discipline che implicano
l’abilità di tenere in equilibrio degli oggetti di vario tipo o quella di tenere in
equilibrio il proprio corpo in maniera anomala o su basi instabili. Nella prima
tipologia, presentata a volte in commistione con la giocoleria, rientrano il
tenere in equilibrio pile di bicchieri, di sedie e di altre varietà di oggetti. Nella
seconda tipologia, più ampia, la disciplina principe è il verticalismo, ovvero
l’equilibrio sulle mani, che conosce grande successo in tutto il secolo anche
per la sua essenzialità, portata all’estremo quando gli artisti si esibiscono
senza l’ausilio di nessun attrezzo, su di una piccola piattaforma. Oltre alle
doti di equilibrio, per emergere nella disciplina, è indispensabile una notevole
forza fisica. Sono molto apprezzati i numeri di verticalismo a due o più
persone che permettono figure maggiormente spettacolari e a volte l’innesto
di componenti acrobatiche. Fra i primi artisti a distinguersi nella specialità
come solista è Severus Schaeffer, capace di mostrare un repertorio
vastissimo di equilibri su una mano con il corpo in diverse posture. Negli anni
‘40 diventa celebre Unus con la sua verticale su di un solo dito (anche se
“truccata”). In seguito emergono gli italiani Gino Donati, equilibrista tenore,
capace di cantare arie d’opera in verticale su di una mano sopra un
pianoforte a coda. Poi i fratelli Ajuanito e Ajuamado Merzari che
arricchiscono il repertorio della specialità con l’utilizzo di attrezzi come
trampoli. Molto importante la scuola iberica che, dagli anni ‘70 dà alla
disciplina numerosi validi artisti (Chen, Lorador, Reyes, Segura). Negli anni
‘90 si afferma la scuola russa con grande tecnica ed attenzione alla messa in
scena. Massimo esponente è Oleg Izossimov che, in costume da ballerino
del Bolshoj, esegue tecniche di equilibrio su di una mano di altissima
difficoltà accompagnato dalle note di una romanza di Pavarotti. Il buon nome
della scuola italiana è tenuto alto dagli statuari fratelli Pellegrini, capaci di
difficilissimi ed inedite figure a quattro. Nella tipologia degli equilibri del corpo
su basi instabili possiamo enumerare gli esercizi svolti sul rullo, detto rolarola
o sulle sfere. Entrambi derivano dall’antico gioco dell’equilibrio sulle botti
e sono diffusi in pratica in tutto il mondo. C’è poi la spettacolarizzazione di
equilibri su biciclette, che sembra essere una trovata italiana. E’ Alberto Scuri
a proporli per la prima volta nel 1881 ed è la troupe di Ugo Ancillotti ad
affermare la disciplina a cavallo dei due secoli. Nel secondo dopoguerra
emergono l’eccentrico Joe Jackson, le New Dollys e l’orientale Lilli Yokoi,
con la sua bicicletta d’oro a 24 carati. La tradizione italiana è continuata fino
ai nostri giorni con i Bogino ed i Biasini. Equilibri su pattini a rotelle sono stati
mostrati per la prima volta da Harry French per poi diffondersi nelle piste dei
circhi di tutto il mondo e nei teatri di varietà. Di recente si sono distinti gli
inglesi Skating Wheelers e gli italiani Giurintano. Altro genere è quello della
“scala libera”, ovvero priva di punti d’appoggio, sulla quale vengono svolti
esercizi di vario genere. A volte il tenere in equilibrio e il mantenersi in
equilibrio si fondano in discipline come le piramidi umane (le antiche “Forze
d’Ercole” veneziane), dove l’artista che regge il peso viene chiamato porteur
o forte, quelli di mezzo “secondi”, e quello in cima agile. O nella disciplina
della pertica, dove un artista tiene in equilibrio una lunga asta sulla cui
estremità un altro presenta varie figure.

Trapezio

Disciplina aerea del circo e del varietà nella quale si fa uso di un attrezzo
formato da una corta asta legata alle estremità a due funi appese al soffitto.
Si divide prevalentemente in due generi: il trapezio solo e il trapezio volante.
In quest’ultimo vi è una lunga struttura aerea sulla quale sono posizionate
una piattaforma (“panchina”) dove sostano gli “agili”, un trapezio utilizzato
dagli stessi ed un altro riservato al “catcher” (o “porteur”) per agganciarsi con
le gambe a testa in giù, pronto ad afferrare i compagni dopo che hann
eseguito salti mortali di vario genere. Tale struttura fu ideata, in embrione, dal
celebre Jules Leotard alla metà del secolo scorso e perfezionata dai Rizelli.
Nel ‘900 la formazione è di solito di tre-cinque artisti ambisesso, con catcher
maschile. Le prime troupe ad acquistare una certa notorietà sono francesi
(Rainat, Barret-Zemganno), ma è negli anni venti con i messicani Codona
che la disciplina acquista una notorietà internazionale e vivissima. Alfredo è
un agile di estrema eleganza ed il primo ad eseguire il leggendario triplo salto
mortale con regolarità. La sua fine tragica finisce per stagliarne
maggiormente la figura. La disciplina riscuote un enorme successo, gli artisti
che la esercitano vengono chiamati “uomini volanti” e diventano fra le
principali figure circensi dell’immaginario collettivo. Negli anni ‘30 emergono
gli italiani Amadori (con Genesio primo europeo ad eseguire il triplo) e gli
americani Arthur e Antoinette Concello, primi marito e moglie ad eseguire
entrambi il triplo. Per vent’anni la disciplina va in letargo per risvegliarsi solo
negli anni ‘50, proprio in Italia, dove i Togni lanciano gli Jarz, eccelsi
trapezisti, che per due decadi, con varie formazioni, si esibiscono in tutto
Europa, presentando la stella Enzo Cardona e Ketty Jarz, che negli anni ‘70
è la prima donna italiana, ed una delle poche al mondo, ad eseguire il triplo.
Negli anni ‘60 si mette in luce anche l’americano Tony Steele, capace di
eseguire un triplo salto mortale e mezzo con presa alle gambe. Stesso
esercizio riesce nel 1975 al Festival di Montecarlo a Don Martinez (per lunghi
anni in Italia con Enis Togni). Negli anni ‘70 emergono, ma per breve
periodo, gli artisti provenienti dalla scuola sudafricana di Keith Anderson, la
Hi-Fly Training School. Ma in quegli anni tornano soprattutto alla ribalta i
sudamericani, con l’elegante Tito Gaona autore di un triplo impeccabile e
dotato di un fascino eccezionale, Clown d’Oro a Montecarlo nel 1978. Anno
epocale è il 1982, quando un giovane messicano di 18 anni, Miguel Vasquez,
viene afferrato dal fratello Juan al termine di un incredibile quadruplo salto
mortale. I Vasquez sono scritturati dai maggiori circhi del mondo e, nel 1990,
vincono il Clown d’Oro al Festival di Montecarlo. Fino a questo punto la storia
del trapezio è la storia della ricerca dell’exploit, del record inseguito ad ogni
costo, ma la messa in scena del numero cambia assai poco, la differenza è
fatta caso mai dal carisma dei singoli e ciò che caratterizza una scuola
dall’altra è soprattutto la scelta di musiche e costumi. Alcune novità arrivano
negli anni ‘80, con l’avvento delle troupe nordcoreane che fanno incetta di
Clown d’Oro e d’Argento al Festival di Monte Carlo con formazioni allargate
ad otto-nove componenti che volano da una parte all’altra del circo grazie ad
una rinnovata composizione architettonica dell’attrezzo, con due o più
catcher sistemati ad altezze e posizioni diverse e più trapezi oscillanti
utilizzati dai brevilinei artisti orientali. Ma anche gli artisti coreani rispettano la
tradizionale presentazione del numero: ingresso in pista, ascensione ai
trapezi, esecuzione degli esercizi (con più o meno eleganza) e discesa in
rete. La vera rivoluzione estetica è ancora una volta russa, con il numero dei
Cranes (“le Cicogne”), definito una vera e propria “opera d’arte circense”.
Creato da Piotr Maestrenko con la collaborazione del capo troupe Willi
Golovko ed il regista russo Valentin Gneushev, il numero prende ispirazione
da una canzone del dopo guerra ed è in realtà una pantomima aerea con un
delirio di corpi volanti, un disegno di luci coinvolgente ed una scelta di
musiche classiche da brivido. Il numero riceve un incredibile successo di
critica in tutto il mondo, oltre al Clown d'Oro al Festival di Montecarlo del
1995. Nascono molti numeri aerei simili, come i Borzovi, dello stesso
Maestrenko (in realtà una combinazione fra trapezio ed altre discipline) e le
sbarre aeree dei Privalovi, di Valentin Gneushev. Ma nonostante il grande
successo dei Cranes, a tenere banco nella maggior parte dei circhi del
mondo continuano ad essere in prevalenza le troupe sudamericane di
tradizione (come i Navas o i Jimenez). Nel 1995, dopo oltre vent’anni un
giovane artista italiano riesce ad eseguire il triplo salto mortale, è Ruby
Merzari allievo dell’Accademia del Circo. Per quel che riguarda il trapezio
solo, sembra che derivi da un attrezzo per la ginnastica nato quasi
simultaneamente in Francia ed in America nel XVIII secolo. Nel ‘900 gli
esercizi svolti a questo attrezzo sono di vario genere. Quelli più diffusi sono
spericolate ed allo stesso tempo eleganti evoluzioni sul trapezio oscillante.
Assieme alla cavallerizza, ed alla funambola, la trapezista è la disciplina
femminile più tipica della belle époque. Ma paradossalmente, o proprio per
questo, il primo grande nome è quello di un raffinato travestito, Barbette che
ottiene grande successo negli anni ‘20. In seguito vi è una dicotomia fra
numeri del rischio, generalmente interpretati da uomini e numeri di eleganza
portati al successo da donne. Nel primo genere in ordine cronologico i nomi
di maggior prestigio sono quelli di Albert Powell (anni’30), Gerard Soules (‘50
e ‘60) ed Elvin Bale (‘70 e ‘80), fra gli italiani da segnalare Peter Rodriguez
(anni ‘80). Per quel che riguarda il gentil sesso si distinguono la Caryatis e
Pinito del Oro, mentre negli anni ‘90 emergono le artiste provenienti da tre
scuole distinte ma con caratteristiche comuni, quella francese, quella russa e
quella canadese. Tutte e tre danno molta importanza alla messa in scena e
propongono un numero davvero considerevole di artiste fra le quali la
francese Aurelia, la russa Elena Panova, e le gemelle canadesi Sarah e
Karyne Steben del Cirque du Soleil. Nell’ambito del trapezio “a coppia” da
segnalare il numero “Mouvance”, di Helene Turcotte e Luc Martin, un tango
aereo che sul finire degli anni ‘80, porta alla disciplina una ventata di ritrovata
sensibilità. Altra specialità è quella del trapezio “washington” sulla cui sottile
asta gli artisti eseguono equilibri sulla testa e di altri tipi. In questo particolare
genere si distinguono artisti italiani come i Larible e i Merzari. Ma anche altre
discipline aeree, molto simili al trapezio, conoscono momenti di un certo
splendore. La corda verticale, a volte combinata con gli anelli, vede brillare la
stella di Lilian Leitzel. Negli anni ‘70 è l’italiana Gabriella Fernanda Perris la
regina della disciplina, che passa poi lo scettro all’americana Dolly Jacobs,
Argento a Montecarlo nel 1988.

Illusionismo

Insieme di tecniche teatrali per cui, tramite apparati ed effetti generalmente
propri del palcoscenico, è possibile in modo apparentemente miracoloso
dare vita ad apparizioni, sparizioni, levitazioni, sdoppiamenti e
smembramenti di cose e persone. In seguito alle intuizioni avute alla fine
dell’800 dai parigini Jean Eugene Robert Houdin e George Melies nel loro
teatro, l’illusionismo da intrattenimento di salone diviene arte del
palcoscenico, soprattutto grazie agli ingegnosi spettacoli dell’Egyptian Hall di
Londra, dove i direttori e illusionisti David Devant e John Nevil Maskelin
scoprirono le potenzialità teatrali della moda “spiritista” (con apparizioni di
fantasmi ed elaborate pantomime magiche). Da qui si sposta sui palcoscenici
americani con vere e proprie compagnie specializzate e precedute da
imponente pubblicità, dirette da artisti come Hermann e Thurston. Negli anni
‘10 e ‘20, a fianco ai numeri singoli del vaudeville, la grande rivista di
illusionismo americana è aggiornata dagli spettacoli di Harry Kellar, di
Horace Goldin (innovatore nella velocità delle presentazioni) e da quelli
orientaleggianti del sontuoso Ching Ling Foo, con tournée in parecchi
continenti ed in seguito di Harry Blackstone, a lungo tra i più inventivi e noti.
In Europa l’illusionismo diviene popolare negli anni ‘40 soprattutto grazie ai
grandi spettacoli del tedesco Kalanag che ispirano in Italia quelli, seppure più
modesti, di Ranieri Bustelli, la cui rivista itinerante è popolarissima fino agli
anni ‘60. Negli anni ‘80, grazie alla televisione e alla tecnologia, avviene una
grande svolta tecnica e stilistica grazie alle moderne intuizioni teatrali del
canadese Doug Henning e della sua equipe di inventori indipendenti come
Jim Stenmeyer o John Gaughan, gli stessi grazie ai quali avrà successo la
nuova generazione capeggiata da David Copperfield. A parte quest’ultimo, la
rivista magica itinerante non esiste più, e il teatro di illusionismo è diventato
stazionario in città del gioco come Las Vegas, dove esistono i tre più
importanti teatri contemporanei: il Monte-Carlo, dove si esibisce Lance
Burton, il Mirage, dove ha luogo la rivista del duo Sigfried & Roy e il Caesar’s
Magical Empire, con vari artisti di prim’ordine. In Italia la popolarizzazione
dell’illusionismo si deve soprattutto a Silvan, Tony Binarelli e Alexander con
le loro innumerevoli apparizioni televisive e grandi spettacoli dal vivo. Tra i
più preparati della nuova generazione italiana, Stefano Arditi e Raul
Cremona.

Prestidigitazione

Arte basata sulla destrezza manuale che consiste nel far apparire, sparire o
moltiplicare piccoli oggetti come palle, sigarette, carte da gioco. Si divide in
prestidigitazione da scena, in cui l’artista è in piedi su un palco, e micromagia
(o “close up magic”) che vede l’artista seduto con l’interazione degli
spettatori. La micromagia è tra le forme più antiche e dalle tecniche più
efficacemente tramandate. Oggi pare una delle arti più diffuse al mondo,
soprattutto a livello amatoriale, forte di una manualistica e di una didattica
sterminate. Ha origine in pratiche arcaiche come il “gioco dei bussolotti”, le
cui tecniche sono ancora oggi studiate e perfezionate. Nel dopoguerra,
soprattutto negli Stati Uniti, la micromagia si sviluppa nelle tecniche, nella
teatralità e nei principi psicologici, con trattati e conferenze di maestri degli
anni ‘60 come Tony Slydini (manipolatore di monete) e Dai Vernon (il più
grande trattatista e inventore di tecniche con carte da gioco). Tra i
contemporanei si distingue Ricky Jay, i cui spettacoli con carte da gioco sono
scritti e messi in scena da David Marnet. Per quanto riguarda la
prestidigitazione da scena, essa nasce attorno al XVIII secolo, come
intrattenimento da camera, ed è poi rilanciata con la rivoluzione di Jean
Robert Houdin, padre della magia moderna. Ai primi del ‘900 la p. da scena
diviene un’arte teatrale e si codifica con lo sviluppo del varietà in un tipo
preciso di numero (essenzialmente muto, a differenza della micromagia)
spesso fondendosi con l’illusionismo. Dei palcoscenici degli anni ‘10 si
ricordano i manipolatori Nelson Downs, con apparizioni miracolose di monete
ed Howard Thurston, con apparizioni di carte da gioco. Negli anni ‘50,
Channing Pollock codifica con classe il numero del prestigiatore in frack con
colombe e foulard. I più validi prestigiatori da palcoscenico sono oggi Lance
Burton, con un proprio teatro a Las Vegas, e Jeff Mc Bride, manipolatore di
maschere che si ispira teatralmente alle tradizioni magiche sciamaniche.

Fachirismo

Numero di circo e varietà che consiste, mediante genuino addestramento o
tramite artifici, nell’ostentare il controllo del dolore fisico o il superamento
delle leggi fisiche del corpo. Tradizione considerata, non sempre a ragione,
di provenienza orientale, quella degli esercizi di fachirismo (camminare e
stendersi su vetri o chiodi; sputare fuoco; perforare la pelle con spilloni;
digiunare; ingoiare; etc.) è una delle pratiche più diffuse nel mondo dei
ciarlatani per la relativa facilità di apprendimento e, seppur cosa poco
evidente, per l’ampia possibilità di controllo del rischio. Il fachirismo, che
ancora oggi conserva forte impatto sul pubblico, è sempre stato appannaggio
soprattutto dello spettacolo di strada, dei circhi minori e dei varietà di
second’ordine. Pochi fachiri hanno mostrato esercizi superiori alla media e
sempre sfiorando l’autolesionismo. tra i contemporanei, notevole è la troupe
americana di Jim Rose.

Mentalismo

Arte del varietà in cui, con tecniche di destrezza, di meccanica e di psicologia
proprie di illusionismo e prestidigitazione si compiono esperimenti come
trasmissione del pensiero, precognizioni e telecinesi. Alcuni artisti dichiarano
di essere prestigiatori (Silvan, Tony Binarelli) o di non esserlo (Giucas
Casella o l’americano Kreskin). Giunto nel teatro al principio del secolo
grazie alla popolarità del movimento dello spiritualismo, il mentalismo nasce
con artisti come i fratelli Davenport (che legati in un baule attiravano gli
“spiriti” per muovere oggetti o suonare strumenti) o numeri di medium capaci
di leggere a distanza, popolari soprattutto nei vaudeville americani. Il
mentalista più celebre è stato negli anni ‘70 Uri Geller (poi smascherato da
illusionisti). Negli anni ‘80 una parte del mentalismo si è notevolmente
evoluta da curiosità a vera arte teatrale, grazie al movimento artistico della
“bizarre magick” (con autori ed artisti di grande creatività quali Eugene
Burger e Max Maven negli USA e Christian Chelman in Europa) che ne ha
scoperto il potenziale drammatico ed emotivo, tentando, con regia e
drammaturgia specifiche, di restituire una profondità mistica alla magia su
ispirazione di artisti come Peter Brook nel teatro.

Trasformista

Artista di varietà specializzato in cambi di costumi spettacolari per la rapidità
e l’abilità di passare da una caratterizzazione teatrale ad un’altra. Il
trasformista mondialmente più celebre del ‘900 è l’italiano Leopoldo Fregoli.
Quasi altrettanta popolarità ha conquistato oggi Arturo Brachetti. Esiste poi il
trasformista di circo, le cui tecniche sono pensate per lo spazio circolare ma
escludono le caratterizzazioni di personaggi basandosi solo sul gioco dei
costumi. Si è sviluppato nella tradizione russa e ha come maggiori esponenti
il Duo Sudartchikovi.

Travesti

Disciplina del varietà che consiste nell’interpretazione in abiti femminili da
parte di artisti uomini, di numeri di danza, canto o arte varia. Il travesti
classico generalmente non è un numero volgare o grottesco, ma si basa
sull’eleganza dei costumi e della gestualità, tanto che spesso l’attrazione
maggiore sta nel dubbio sul reale sesso dell’artista. Il più celebre travesti del
secolo è probabilmente il trapezista Barbette, adorato da Jean Cocteau. Oggi
tale arte è conservata soprattutto dall’italiano Arturo Brachetti. Il travesti ha
particolare popolarità nei varietà tedeschi.

Baracca dei fenomeni

Luogo dove si ostentano per profitto esseri umani o animali portatori di
anomalie fisiche o provenienti da luoghi esotici o dichiarati tali ed artisti dotati
di capacità straordinarie.
Sembra che l’usanza di tenere persone colpite da particolari handicap fisici,
in special modo nanismo, fosse alquanto praticata già nell’antichità,
soprattutto da regnanti e personaggi importanti. Nel XX secolo le figure
eminenti della politica cominciano però ad interrompere questo dialogo che
era durato per millenni. L’interruzione aumenta con l’avvento del socialismo.
L’esibizione di tali persone è proibita in Unione Sovietica, in Cina ed anche
nella Germania Nazional socialista di Hitler (che però fa sterminare i nani e
tutti coloro che portano anomalie fisiche in nome della purezza della razza).
In ogni caso la struttura produttiva conosciuta nel ‘900 nasce in America col
nome di Museum, come forma non itinerante di intrattenimento, spacciata
per pedagogica e pseudoscientifica. In seguito occupa un padiglione
sistemato a lato del tendone principale di circhi o di luna park, per tale motivo
nel paese d’origine è chiamata principalmente side show, mentre da noi
prende il nome di baracca dei fenomeni. Diverse le tipologie dei fenomeni
(freaks) esposti: oltre ad animali esotici e a volte portatori di bizzarre
anomalie (la mucca con cinque zampe, la pecora con due teste, etc), vi sono
resti di creature mitologiche (la sirena delle isole Figi) e soprattutto esseri
umani. Essi si possono dividere in born freaks, coloro che sono nati
conparticolari anomalie fisiche (nani, giganti, gemelli siamesi, etc); made freaks,
chi ha sviluppato particolari anomalie come la smisurata crescita del peso
corporeo, la lunghezza di unghie o capelli, il tatuaggio, o altro; novelty acts,
numeri particolari, spesso rientranti nel genere del fachirismo (ingoiatori di
spade, di fuoco, etc). Vi sono poi i gaffed freaks, i fenomeni finti, coloro che
attraverso simulazione di vario genere, fingono di rientrare in una delle
categorie elencate. Il sistema produttivo è avviatissimo soprattutto in
America, dove viene portato al massimo fulgore da P.T.Barnum, alla fine del
secolo scorso. Fra i fenomeni, grande successo lo ottengono i gemelli
siamesi, che debbono il nome ai primi del genere: due gemelli originari del
Siam, Eng e Chang, nati nel 1811, in attività dal 1828. Nel nostro secolo
raggiungono un successo considerevole, soprattutto negli Stati Uniti, Daisy e
Violet Hilton, le “gemelle siamesi di San Antonio”. Altra tipologia, abbastanza
diffusa anche in Europa, è quella dell’uomo elefante. Poi l’uomo delle selve,
o uomo scimmia, con folta barba e peli in tutto il corpo. Suo analogo
femminile è la donna barbuta. Poi i classici fuori misura: uomini o donne
cannone (fra le italiane Liliana Tonini di 250 chili e Carmen Chierici di 254), i
più rari uomini scheletro, i giganti (l’uomo più alto di tutti i tempi,
documentato, è Robert Wadlow mt. 2,72) e i nani, questi ultimi fra i più
diffusi. E ancora uomini tronco capaci di utilizzare la bocca o i piedi al posto
degli arti superiori mancanti. Fra i più noti fenomeni italiani Francesco “Frank”
Lentini (1890-1964), l’uomo con tre gambe, nato a Rosolini in Sicilia,
emigrato ad otto anni in America, dove acquista una certa fama per ritirarsi in
Florida nel 1952. Nei primi del ‘900 il morboso successo dei fenomeni da
baraccone è supportato anche dalla grandissima diffusione delle cartoline
illustrate (molte sono arrivate sino a noi), in un periodo in cui l’album di
fotografie era la televisione di oggi. Il fascino morboso esercitato dai freaks
stato ben trattato dal cult movie Freaks (Tod Browning, 1932) e dal piùrecente
 The Elephant Man (David Linch, 1980). In Italia le baracche dei
fenomeni sono completamente sparite sin dal dopoguerra, mentre esistono
ancora alcuni side show negli Stati Uniti dove recentemente anche Ringling
Bros. and Barnum & Bailey ha riproposto alcuni fenomeni come il lillipuziano
Michu e “the living unicorn”, una pecora monocornuta presentata in sfarzose
processioni. Ma all’estero tale forma di spettacolo sta conoscendo
un’inaspettata riscoperta soprattutto nelle sue forme più vicine
all’esasperazione delle moderne modifiche corporee, quali il tatuaggio, il
piercing, la scarificazione, ecc. come negli spettacoli di Jim Rose. Mentre le
anomalie fisiche relative alle misure, quali il nanismo o l’obesità, sono
piuttosto registrate nel Guinnes dei Primati.
Discipline equestri
Discipline circensi basate sul lavoro svolto con cavalli e che presuppongono
l’ammaestramento degli stessi.
Le discipline equestri hanno un ruolo fondamentale nella nascita del circo,
avvenuta attorno al 1770 per opera dell’inglese Philip Astley, appunto un ex
sergente maggiore dei cavalleggeri britannici. Da allora e sino ai primi anni
del ‘900, il pubblico apprezza in modo particolare le grandi pantomime
equestri e riesce a comprendere la difficoltà degli esercizi anche perché il
cavallo è il mezzo di trasporto più diffuso del tempo. Nel nostro secolo
mentre viene persa la tradizione della pantomima, si assiste ad una
maggiore definizione delle discipline e all’emergere di grandi talenti nei vari
generi. Le discipline equestri si possono dividere in: libertà, alta scuola,
lavoro sul cavallo e lavoro del cavallo. Ovviamente ciascuna disciplina viene
svolta con particolari animali e gli artisti che vi si dedicano sono ferrati
conoscitori delle caratteristiche delle varie razze. La libertà è il classico
“carosello di cavalli” circense, composto da formazioni variabili dai 6 ai 24
cavalli (ma alcuni artisti ne hanno presentati fino a 100) nei quali gli animali
mostrano di aver appreso la capacità di disporsi per file di consistenza
variabile, di cambiare la direzione di marcia e di effettuare esercizi come
piroette, salti, debù (l’alzata sulle zampe posteriori) ed altro. Il maggiore
esponente italiano attuale della disciplina è Flavio Togni, capace anche di far
lavorare insieme quattro cavalli e quattro elefanti. Lo stile della presentazione
varia da quello militaresco di inizio secolo con cavalli bardati da finimenti
decoratissimi e pennacchi di ogni genere, fino a quello new age con musica
etnica e cavalli presentati senza finimenti, quasi come allo stato brado. La
disciplina dell’alta scuola è quella maggiormente codificata grazie ad
un’ampia trattatistica ed alla tradizione di scuole esterne al circo ed
istituzionalizzate come quella di Vienna. Il cavallo in questo caso è montato
da un artista che riesce a fare eseguire all’animale, a tempo di musica, figure
complicate ed eleganti allo stesso tempo. Alcuni esercizi vengono svolti con il
cavallerizzo a terra che trasmette i comandi con delle lunghe briglie. Essendo
basata sul ritmo musicale, l’alta scuola si presta a numerose interpretazioni,
ma gli stili maggiormente diffusi sono lo spagnolo ed il viennese. Per lavoro
sul cavallo, si intendono tutti i generi nei quali è determinante il lavoro svolto
dagli artisti in groppa al cavallo piuttosto che quello dell’animale stesso, che
spesso si limita a girare in tondo (seppure a determinate velocità), quindi:
acrobazia, giocoleria e figure plastiche di vario genere. I più grandi
cavallerizzi acrobatici a cavallo di questo secolo sono italiani: i Pissiuti, i
Briatore, i Frediani, i Caroli ed i Cristiani sono fra i nomi che fanno la storia
della disciplina, sia nell’esecuzione di complicate colonne umane, che in
quella di salti mortali da cavallo a cavallo lanciati al galoppo. Particolare
successo ad inizio secolo riscuote lo stile alla “cowboy” lanciato da Buffalo
Bill. Fra le figure più simboliche del circo vi è po la ballerina a cavallo (da sola
o con il partner in un “passo a due”). In questo genere si sono distinte le
sorelle Swoboda-Medrano e le italiane Elvira Guerra, Emma Ciniselli, Ella
Manetti, Cipriana Portner - Folco. Tipico del circo russo è il volteggio alla
cosacca, presentato da troupe numerose e scatenate (Kantemirov
Merdenov e La leggenda del Caucaso di Tamerlan Nougzarov). L’ultima
tipologia equestre è quella del lavoro del cavallo, nella quale l’animale mostra
particolari abilità estranee alle sue normali caratteristiche (il cavallo sapiente,
il cavallo attore, etc.). In generale nella seconda metà del secolo gli
ammaestratori di cavalli che si sono maggiormente distinti sono stati
proprietari di circhi con le possibilità economiche per mantenere una nutrita
scuderia. Da segnalare soprattutto i francesi Gruss e gli svizzeri Knie,
specializzati praticamente in ogni disciplina elencata. In Italia negli ultimi anni
acquista una particolare competenza la famiglia Casartelli - De Rocchi che
conquista nel 1996 il Clown d’Oro a Montecarlo con un numero, “la festa del
cavallo”, che comprende in pratica tutte le discipline.
Particolare successo ha ottenuto Zingaro, compagnia equestre e musicale
francese, nata nel 1984 come Cirque Aligre, divenuto nel 1986 Cabaret
Equestre Zingaro, questo gruppo parte da una ricerca basata sull'incrocio tra
musica etnica dei popoli zingari e la tradizione equestre circense, curando in
particolar modo la suggestione dello spazio scenico ed enfatizzando il
rapporto ancestrale tra uomo e cavallo. Con la costruzione del Theatre
Equestre ad Aubervilliers, la ricerca artistica di Zingaro si fa sempre più
raffinata, grazie alla creatività del leader Bartabas: da Opera Equestre
(1992), nata dal rapporto tra le culture caucasica e berbera, a Chimer
(1994), Eclipse (1997). Gli spettacoli di Zingaro che generalmente debuttano
al Festival di Avignone, sono stati rappresentati in tutta Europa e negli USA.
Serraglio
Esposizione itinerante di animali esotici. Il serraglio nasce nelle fiere e
diventa indipendente a cavallo tra ‘800 e ‘900, con compagnie di proporzioni
considerevoli che presentano anche esibizioni di domatori. I più celebri sono
La Golulue (la cui facciata fu dipinta da Lautrec) e, scesi anche in Italia,
Nouma Hawa ed Alfred Schneider (con i suoi 100 leoni). Il più celebre
serraglio italiano del dopoguerra è il Mannucci. Il serraglio è oggi estinto o
rimane solo come appendice dei circhi itineranti. Esistono invece ancora i
“rettilari” o i “serratgli acquatici” (con squali o piovre).
Ammaestratori di animali
Artisti di circo e varietà specializzati nella preparazione e presentazione
artistica di animali domestici o selvatici. L’ammaestramento si è sviluppato
nel ‘900 da semplice esibizione di animali ad un codice completo di esercizi e
figure coreografiche tali da permettere la composizione di “numeri” organici.
Nella prima metà del secolo la filosofia dell’a. è quella di stampo coloniale del
dominio dell’uomo sulla natura, con l’enfasi della pericolosità delle belve e
sulla temerarietà del domatore, con il tipo di addestramento detto “in ferocia”
enfatizzato da schiocchi di frusta e spari a salve. In tale stile si distinguono
negli anni ‘30 gli americani Clyde Beatty e Frank Buck o gli europei Court,
Krone e Schneider. Per quanto riguarda invece animali non feroci, fino a
poco tempo fa gli a. puntavano sull’umanizzazione di specie come cani o
scimmie con abiti umani, strumenti musicali, etc., uno stile popolarizzato già
ai primi del secolo dal russo Durov, vedette delle Folies-Bergère. nel
dopoguerra, grazie soprattutto alla scuola di Gilbert Houcke (a cui fanno
capo talenti come Chipperfield, Steibner, Baumann, Michon, Gebel e più di
recente Strickler, Jenny, Campolongo, Smith), emerge l’addestramento detto
“in dolcezza”, in cui con pazienza e psicologia e spesso in collaborazione
con etologi, si sviluppa il rapporto di fiducia tra uomo e belva non più
catturata ma nata in cattività e quindi un tipo di esibizione più “naturale” ed
artistica. Sullo stesso stile, ma nel campo dell’addestramento di elefanti
emerge il talento dello svizzero Rolf Knie, caposcuola del genere. I migliori
addestratori contemporanei di elefanti sono Louis Knie (figlio di Rolf),
Gunther Gebel-Williams, Flavio Togni e Patricia Zerbini. Gli svizzeri Gasser e
Duss hanno fatto invece notevoli progressi nell’ultimo ventennio nello
sviluppare il rapporto pacifico tra l’uomo e le otarie, con risultati importanti.
Sacha Houcke jun. è invece considerato tra i migliori specialisti per animali
delicati come zebre o giraffe. Dall’addestramento moderno sono invece in via
di sparizione esibizioni di animali come gli scimpanzé (vietati in Italia) e in
generale gli esercizi lesivi della dignità animale. Nell’ultimo ventennio la
tendenza dei proprietari di circo europei è quella di acquistare animali propri
e quindi la maggior parte di tali impresari e delle loro famiglie si dedica
direttamente all’addestramento di più specie animali: i migliori in Italia sono:
Mario e Roberto Bellucci, Vinicio Canestrelli-Togni, Davio ed Heros
Casartelli, Paride Orfei, Stefano Orfei-Nones, Livio e Davio Togni, il già citato
Flavio Togni.

Clown


Il termine sembra essere di origine inglese ma diventato d’uso internazionale.
Il c. è una delle figure fondamentali della pista del circo. Sebbene la
definizione sia stata poi allargata a comprendere tutti quegli artisti di tipo
polimorfo (cfr. De Marinis) che in vari contesti produttivi basano le loro
rappresentazioni sulla comicità e sull’istrionismo da giullare (Dario Fo,
Roberto Benigni, Jerry Lewis, solo per fare qualche esempio), nel circo la
clownerie si è manifestata in tipologie sufficientemente connotabili, con
interessanti sviluppi avvenuti proprio nel ‘900. Il secolo si apre con le due più
importanti figure di clown già abbastanza definite: il clown bianco, il cui trucco
sembra essere stato ispirato dal Pierrot portato al successo dai Debureau, e
l’augusto o “rosso” (in Italia detto anche “toni”), discendente invece dalle
prime figure comiche della pista che avevano il compito di spezzare la
tensione degli spettacoli equestri con contorsioni, salti a terra e spettacolari
cadute. E’ però negli anni ‘10, con il duo Footit & Chocolat, che si definisce il
rapporto conflittuale fra bianco e augusto che fa la storia del clown di questo
secolo. La coppia permette un contrasto fra i due artisti che può essere di
tipo fisico (alto-basso, grasso-magro), psicologico (astuto-ingenuo), morale
(onesto-canaglia) o sociale (maestro-servitore, ricco-povero, ecc.). La
maschera dell’augusto è di solito in sintonia con il suo carattere, mentre la
sua varietà di tipi contrasta con la ripetitività della maschera del bianco in
costume elegante. All’inizio del secolo i tandem di clown si formano,
separano e ricompongono a seconda delle esigenze di scritture. Fra le
coppie più note vi sono: Tonitoff e Antonet, Antonet e Grock, Alex e Porto,
Antonet e Beby, Manetti e Rhum, Pipo e Rhum e i livornesi Dario e Bario. A
volte l’augusto tenta la via del solista trasformandosi di fatto in “eccentrico”,
termine che più che un vero e proprio genere designa il distacco dalle
tipologie più classiche. Fra questi raggiungono la fama Grock e Charlie Rivel.
Sono poi i Fratellini, i clown più amati da artisti ed intellettuali della belle
époque, dopo la prima guerra mondiale a lanciare la formazione a tre, con un
clown bianco e due augusti, che avrà numerosissimi emuli e finirà per
soppiantare quasi del tutto il “duo”. Curioso come, nonostante il successo di
alcuni clown e la giovalità dei loro caratteri anche nella vita privata, la
percezione della figura impressa nell’immaginario collettivo è ancora quella
del “clown triste”, per i motivi ben descritti da Jean Starobinski nel suo
Ritratto dell’artista da saltimbanco. Comunque con il trio Fratellini si afferma
una comicità più rilassata, non dovuta solo al contrasto, spesso stridente, tra
bianco e augusto, ma alla validità delle situazioni rappresentate, come nella
tradizione della Commedia dell’Arte. Nasce in pratica il concetto di “entrata
comica” che rimane fino ad oggi il più diffuso nelle piste dei circhi di tutta
Europa. A lato di questi numeri, che possono durare sino a 30-40 minuti, si
delinea la figura dell’augusto “di serata” o “di ripresa”, specializzato
nell’esecuzione di piccole esibizioni, spesso effettuate ai margini della pista
per permettere agli inservienti di preparare l’attrezzeria per i numeri seguenti.
Fa eccezione l’America dove, negli immensi spazi dei circhi a tre piste, i
clown devono presentare una comicità più spicciola ed immediata, composta
essenzialmente da piccole gag visuali (come nel caso di Lou Jacobs).
L’America è però anche patria delle maggiori figure comiche razziali, come il
tramp od il black face, i cui esponenti raggiungono momenti di qualità
artistica rilevanti (W.C. Fields, Otto Griebling ed Emmet Kelly). Nel dopo
guerra le “entrate comiche” italiane più conosciute sono quelle dei Rastelli, i
Caroli ed in seguito i Colombaioni (i quali però trovano ben presto un loro
particolare itinerario teatrale), mentre si distinguono ben pochi clown di
ripresa dal valore assoluto (come Fumagalli). Buoni livelli vengono raggiunti
da alcune formazioni iberiche (gli Aragon, i Rudi Llata). Salvo queste rare
eccezioni, gli anni ‘50 e ‘60 vedono un’involuzione della clownerie, con gli
artisti che si limitano a replicare in maniera sterile il repertorio classico,
finendo per sclerotizzare la disciplina. E’ Fellini, per altro grande
appassionato di circo, a ben illustrare la crisi del personaggio nel suo IClowns (1970),
surreale ma nitida fotografia dell’ambiente circense di quegli
anni, ove il clown sembra destinato a sparire del tutto. La seguente
salvaguardia ed il recupero di tale figura sono principalmente dovuti a tre
fattori: l’affermazione di giovani talenti provenienti dalla Scuola del Circo di
Mosca (come Oleg Popov) che rivitalizzano la disciplina studiandone a fondo
i repertori e le tecniche (con la possibilità data dal circo statale di disporre di
autori teatrali per i soggetti delle nuove “entrate”). La rivisitazione nostalgica
del vecchio repertorio da parte di nuovi operatori circensi, spesso provenienti
dall’esterno, come Bernahrd Paul del Roncalli o Pierre Etaix (con Annie
Fratellini). E soprattutto la nascita di una figura assolutamente nuova nel
panorama circense, quella del mimo comico, proveniente il più delle volte dal
teatro di strada (David Shiner) ma anche dal teatro di pantomima
(Enghibarov o Dimitri). Questi solisti propongono una comicità di assoluta
rottura rispetto al repertorio classico della clownerie, introducendo moderne
tecniche del linguaggio del corpo e il coinvolgimento degli spettatori,
escludendo quasi del tutto i dialoghi. All’interno degli spettacoli di “nuovo
circo” tali artisti possono anche assumere la funzione di filo conduttore ello
spettacolo o di io narrante, come René Bazinet in Saltimbanco del Cirque du
Soleil, Christian Taguet nel Baroque e Bernard Kudlak nel Plume. Possono
inoltre tentare il recupero della figura dell’eccentrico stile Grock ed esibirsi
prevalentemente in spazi teatrali. Data la loro particolare formazione, si
spingono a volte su sentieri di sperimentazione, non sempre con risultati
positivi. Questo movimento di rigenerazione porta però anche alcuni
esponenti di famiglie di tradizione a cimentarsi con successo in significative
innovazioni (David Larible e Bello Nock). Mentre altri figli d’arte continuano a
mantenere le tradizioni famigliari (Pipo Sosman, Tino Fratellini). Sul principio
degli anni ‘90 si rinfresca anche la tradizione del comico di varietà che, con
una sapiente commistione fra clown e mimo di circo, riesce a proporre una
comicità dal sapore alquanto originale (come il tedesco Harald “Hacki”
Ginda). Recentemente sono poi nate anche formazioni di gruppi di mimi che
riprendono in parte la formazione tradizionale del bianco e degli augusti
seppure con un’impostazione del tutto originale. Anche questi sembrano però
destinati più alle tavole del palcoscenico che alla segatura della pista. Cosa
del resto abituale per numerosi altri artisti comici che hanno scelto di
utilizzare tecniche circensi o della clownerie classica per montare moderni
spettacoli teatrali (le Cirque Imaginaire di Jean Batiste Thierry e Victoria
Chaplin, Buffo di Howard Buten, fino a Leo Bassi, Jango Edwards e
numerosissimi altri).

Farsa

genere teatrale in cui il testo, di natura comica o drammatica, è un
canovaccio di repertorio la cui struttura interpretativa è affidata a tecniche
tramandate oralmente attraverso tradizioni famigliari. La farsa è la più diretta
eredità della Commedia dell’Arte e sopravvive fino all’immediato dopoguerra
nelle compagnie girovaghe specializzate (volgarmente note come “guitti”)
che si distinguono per la recitazione enfatica o nei piccoli circhi, i cui artisti
concludevano lo spettacolo con la “farsa finale”, da un repertorio antichissimo
variato quotidianamente per attirare maggiore pubblico. I canovacci delle
farse erano generalmente adattamenti di libretti d’opera o della letteratura
teatrale, quando non materiale della commedia dell’arte contaminato nei
secoli in modo complesso con tradizioni popolari successive come ad
esempio quella napoletana, dove le farse di artisti come Petito originano il
talento di Viviani, Scarpetta e dei De Filippo. Il repertorio proprio della farse
sopravvive nelle compagnie di burattinai. L’unico circo che presenti ancora
farse oggi è l’arena di Valerio Colombaioni, attiva nel Lazio. Efficaci
testimonianze delle compagnie di farse si hanno nelle memorie di Petrolini o
nella ricostruzione del teatro dei guitti data da Eduardo nel proprio film
Fortunella (1958).

Eccentrico

Artista di circo e varietà a carattere comico che fonde la pantomima
clownesca con particolari doti di destrezza, soprattutto musicale, o sviluppa il
proprio numero attorno ad un tema. Tra i più celebri e. si ricordano negli anni
‘10 W.C. Fields con la parodia del gioco del biliardo; nei ‘20 Bagessen nei
panni di un cameriere con enormi pile di piatti; nei ‘50 il prestigiatore Cardini
nei panni di un gentleman ubriaco o il ciclista Joe jackson. Innumerevoli gli e.
musicali, tra i quali Grock è l’esempio più fulgido. Tra i viventi George Carl e
il quintetto inglese Nuts & Bolts.

 

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